LE INCHIESTE DI #IOTIVOTOSE

Acate, il tesoro «sommerso» da 10 milioni nel comune più povero d’Italia

di Nino Amadore

4' di lettura

Sembrano fabbriche. Ma non lo sono. Sono serre, tante, per migliaia di ettari: qui si coltivano primizie e fiori che poi vengono spediti in tutto il mondo.  Dovrebbero essere il tesoro di Acate, comune del ragusano, al confine con le province di Caltanissetta e Catania. Diciamo dovrebbero perché si tratta di un tesoro solo apparente visto che qui non ha portato ricchezza. Almeno così sembra. Perché la vera ricchezza non si vede, è in quello che da queste parti viene definito il nero legalizzato che, secondo alcune stime al ribasso, vale almeno 10 milioni di euro.

È un vasto fronte di evasione che ruota soprattutto attorno all’agricoltura: dalle giornate agricole alla cresta sui prodotti venduti al mercato ortofrutticolo. Acate, secondo gli ultimi dati disponibili, riportati dal ministero dell’Economia e aggiornati al 2015, è tra i Comuni più poveri d’Italia: il reddito medio procapite di 6.692 contribuenti (il 62,9% dei 10.639 cittadini residenti in quell’anno) è di 9.480 euro. Persino il Municipio è in dissesto finanziario dal 2015 e il consiglio comunale è stato sostituito da tre commissari inviati da Palermo per non essere riuscito ad approvare il bilancio.

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Il tesoro agricolo (e bancario) del Comune
Eppure si tratta di un comune che è al centro del sistema agricolo ragusano, nel cui territorio si trovano i terreni di produzione dell’uva da tavola Igp Mazzarrone, del vino Docg Cerasuolo di Vittoria e dell’olio d’oliva Dop Monti Iblei. E se questo non bastasse, c’è un altro dato che stride col concetto di povertà: i depositi bancari sono cresciuti. Secondo la base statistica di Banca d’Italia nel 2015 si attestavano a 44,694 milioni e nel 2016 sono saliti a 47,336 milioni (l’incremento è stato del 5,9 per cento).

Non poco in un periodo di grande crisi globale a dispetto della quale cittadini e imprese di Acate sono riusciti anche a risparmiare. Già le imprese. Secondo l’Osservatorio di Unioncamere Sicilia le aziende registrate sono in totale 1.070 (in pratica una ogni dieci residenti) e di queste solo una ha un valore della produzione che supera i 50 milioni mentre quelle individuali sono 833 e quasi la metà di queste costituiscono il tessuto connettivo di un’agricoltura fatta per lo più da micro imprese o imprese individuali. «È vero che Acate è il cuore dell’agricoltura ragusana - dice Maurizio Attinelli, presidente dell’Ordine dei commercialisti ibleo - ma è pur vero che la crisi del settore ha colpito molto forte, soprattutto sul fronte dei costi di produzione».

La parola magica: disoccupazione agricola
La crisi certo è sotto gli occhi di tutti.  Andando a vedere in dettaglio i dati (consideriamo il 2015 per omogeneità) ci accorgiamo che, nella fascia d’età dai 18 in poi, sono 1.828 i nullatenenti, coloro che non hanno dichiarato nulla al fisco, pari al 17,1% dei residenti. Tutti disoccupati o a carico di altri? Ma il punto vero è un altro e riguarda, piuttosto, i prestiti: sempre secondo Banca d’Italia sono stati 42,246 milioni nel 2015 e 41,387 milioni nel 2016. Tutti fondi chiesti dalle imprese per fare nuovi investimenti? Oppure mutui per acquistare o costruire nuove abitazioni? Assolutamente no, anzi tutt’altro.

«I prestiti sono in funzione della disoccupazione agricola - spiega un addetto ai lavori - : il denaro della banca serve ai cittadini per tirare avanti fino all’arrivo dell’assegno di disoccupazione erogato dall’Inps. Certo c’è qualche mutuo, qualche prestito alle aziende ma molto spesso sono le famiglie a presentarsi allo sportello e la garanzia è rappresentata proprio da quelle giornate di disoccupazione». La parola magica, da queste parti, è disoccupazione agricola: uno strumento che dovrebbe compensare la perdita di reddito degli agricoltori nei periodi in cui non è possibile lavorare o a fine stagione e che invece è diventata uno strumento per ammortizzare il costo del lavoro.

Quella comunità fantasma di 5mila cittadini
Tutti lo sanno: l’Inps negli ultimi anni ha anche affinato le tecniche per smascherare i furbi, ma nonostante tutto si è di fronte a quello che qualcuno chiama «nero legalizzato» con mille aspetti e trucchi a partire dal lavoro a extracomunitari e rumeni, anzi soprattutto con i rumeni: «Secondo fonti non ufficiali sono almeno cinquemila, compresi i bambini, i cittadini rumeni che operano che operano in questa zona - ha raccontato Valentina Maci dalle colonne del quotidiano La Sicilia -. Una comunità fantasma che non si vuole vedere». Alla base di tutto c’è l’accordo tra gli imprenditori e i lavoratori: l’imprenditore contrattualizza il lavoratore per un certo numero di giorni (102 o 151) che paga regolarmente a tariffa di contratto ma non paga i giorni di lavoro fatti dagli operai nei periodi in cui questi dovrebbero essere in disoccupazione:

«Capita spesso - dice Giuseppe Scifo, segretario provinciale della Cgil - che i lavoratori vengano contrattualizzati per 12 giorni al mese ma ne facciano il doppio». Per i lavoratori quasi non cambia nulla visto che i giorni di disoccupazione li paga comunque l’Inps mentre cambia molto per l’imprenditore perché riesce ad abbattere il salario di almeno la metà. Ma non finisce qui: ci sono terreni improduttivi che come per miracolo risultano produttivi oppure imnprenditori dell’agroindustria che applicano i contratti dell’agricoltura che prevedono la defiscalizzazione degli oneri sociali al 68 per cento.

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