La riforma fiscale

Accontentare tutti significa rinunciare ai propositi di equità

di Fabio Ghiselli

(AdobeStock)

3' di lettura

Deve essere apprezzato il lavoro svolto dalle Commissioni riunite Finanze e Tesoro di Camera e Senato in questi mesi di indagine sulla riforma del sistema tributario, e la notevole opera di mediazione e sintesi svolta dai rispettivi Presidenti, che si è tradotta nel “Documento conoscitivo” approvato il 30 giugno scorso. È arduo fondere posizioni molto diverse tra loro, espressioni di partiti che sostengono visioni del futuro, del ruolo dello Stato e della funzione dei tributi profondamente differenti e, per molti aspetti, non sovrapponibili. Ma il perseguire questo fine può costituire un limite per la definizione di proposte tecniche indispensabili per superare e dare un contenuto alle dichiarazioni di principio.

Nel documento ci sono proposte del tutto condivisibili: una codificazione tributaria; la cancellazione di una serie di tributi minori che esprimono solo una immagine vessatoria dello Stato; l’elevazione a rango costituzionale di una parte delle disposizioni dello Statuto del contribuente; la reintroduzione dell’Iri (Imposta sul reddito d’impresa) per evitare una tassazione discriminante in funzione dello strumento giuridico utilizzato per esercitarla; l’introduzione di un reddito minimo esente universale (cardine del principio della capacità contributiva); la trasformazione delle addizionali locali Irpef (esempio di sperequazione) in sovraimposte.

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Ma accanto a esse ritroviamo alcune considerazioni e proposte di riforma che sollevano qualche perplessità. Una di queste è la contrapposizione tra il riconoscimento del principio per cui «ricondurre il sistema italiano al modello Cit (Comprehensive income taxation, n.d.a.)… avrebbe indubbi vantaggi in termini di equità orizzontale», e la rinuncia a questa opzione perché «presenta numerose conseguenze di tipo economico e politico, in quanto implicherebbe l’incremento anche sostanziale della tassazione su diverse categorie reddituali». È vero che questa sarebbe una conseguenza, ma è altrettanto vero che un’accozzaglia di imposizioni sostitutive ha reso il nostro “sistema” molto sperequato. Ambire a una riduzione generalizzata della pressione fiscale che non possiamo permetterci, sposterebbe solo l’asse del disequilibrio. Al contrario, un intervento redistributivo garantirebbe sia l’equità del sistema sia «un incremento strutturale del tasso di crescita dell’economia italiana».

In tal senso sarebbe limitato un intervento che volesse risolvere il problema di una progressività distorta, riducendo l’aliquota del terzo scaglione (28-55 mila euro), senza prevedere una più articolata struttura per i redditi superiori e un corrispondente aumento delle aliquote (oggi inferiori a quelle di altri Paesi Ue/Ocse). E apparirebbe ingiustificata una riduzione dell’imposta sulle rendite finanziarie dal 26 al 23% (con uno sconto di oltre il 10%), solo perché alcuni sostengono (a torto) che il modello teorico di un sistema duale prevederebbe l’applicazione dell’aliquota del primo scaglione di reddito. La stessa risoluzione del Parlamento su uguaglianza di genere e politiche fiscali richiamata per escludere l’introduzione di qualunque ipotesi di tassazione familiare, nemmeno opzionale, «deplora» la tassazione sostitutiva su tali redditi e la sua tendenza al ribasso. Così come «deplora» il limitato contributo delle imposte sulla ricchezza al gettito complessivo, sulle quali il documento è silente.

Un altro limite insito nella ricerca di un ampio consenso si rinviene nella proposta di mantenere inalterata la flat tax per le partite Iva con l’aggiunta di una riduzione dell’imposta per i redditi superiori nel periodo transitorio biennale. Alla quale è stata collegata l’idea tanto cara al centrodestra, di una tassazione ridotta – e regressiva – sui redditi incrementali di almeno il 10%, presentata come condizione per ottenere il beneficio, ma che in realtà vive di vita propria. Imposizione peraltro incompatibile con il sistema duale che si vorrebbe realizzare.

Che dire poi della riforma dell’Ires-Irap? Se un intervento appare necessario e se l’abrogazione dell’Irap risulta opportuna, il riassorbimento del gettito nei tributi attualmente esistenti presenta alcune criticità.

Escludendo un ritocco all’insù delle aliquote Irpef, o dell’Iva senza una revisione dell’intero sistema, un incremento dell’Ires non raggiungerebbe l’obiettivo. Oggi solo il 58% dei soggetti passivi Ires dichiara una imposta e la base imponibile è due terzi di quella corrispondente ai fini Irap. Una semplice (e contenuta) addizionale Ires non garantirebbe la perdita di gettito Irap, e nemmeno un comune sostegno al Ssn. Per cui, anche sul reddito d’impresa le soluzioni possibili sono da ricercare altrove. Magari adottando, accanto a una semplificazione normativa e degli adempimenti burocratico-amministrativi, il principio della capacità contributiva e del differente carico fiscale in funzione della dimensione dell’impresa.

Se l’indirizzo riformatore rimane quello enunciato dal Presidente Draghi nel discorso di insediamento, le scelte tecniche dovranno essere coerenti e le forze politiche dovranno accettarle, perché l’orizzonte non presenta strade diverse da quella che stiamo percorrendo.

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