Idee

Amanti del latino sedotti dall’inglese

di Lorenzo Tomasin


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4' di lettura

Si è svolto a Copenaghen, nel luglio danese che restringe vertiginosamente la durata della notte ma in compenso regala il rigido vento delle pianure nordiche, il convegno triennale della Società di Linguistica Romanza, associazione che riunisce gli studiosi delle lingue derivate dal latino e dal loro comune e multiforme retaggio. Un convegno che a differenza di quasi tutti quelli internazionali non si svolge in inglese ma, proprio come la rivista pubblicata dalla società (Revue de Linguistique romane), accoglie contributi in tutte le lingue romanze, con usuale predominanza delle tre principali, francese spagnolo italiano, pur senz’alcuna chiusura verso le altre (dal portoghese al romeno al catalano), considerate tutte di pari dignità, anche scientifica.

Perlopiù in francese si svolge anche l’assemblea dei membri della società, coordinata dall’attuale presidente, il filologo italiano Roberto Antonelli, e dal segretario, il tedesco Martin Glessgen. Ma in italiano s’esprime ad esempio un consigliere la cui lingua materna è peraltro il ladino dolomitico (l’altoatesino Paul Videsott), e in spagnolo viene presentata la sede del prossimo convegno.

Tra le mozioni presentate della presidenza ce n’è una in apparenza pacifica, che tuttavia accende un dibattito composto ma appassionato. È la proposta di munire tutti gli articoli pubblicati dalla rivista della società non solo di un riassunto nella lingua del testo (come già oggi), ma anche di un abstract obbligatorio in inglese, per consentire la permanenza della Revue nei motori di indicizzazione internazionale delle riviste scientifiche, che pretendono appunto il riassunto in inglese e che danno accesso, di fatto, a tutte le graduatorie e le classifiche bibliometriche sempre più largamente considerate nei criteri di valutazione accademica.

Un’obiezione parte da un membro svizzero della società, e suscita gl’interventi di vari altri (ancora tedeschi, francesi, italiani), preoccupati non tanto dall’impiego dell'inglese, quanto dal fatto che per la prima volta nella storia del sodalizio una e una sola lingua (peraltro non romanza) viene resa obbligatoria per tutti, e sia pure solo per i soli riassunti. Alcuni richiamano semplicemente al pragmatismo: l’inglese richiesto per gli abstract è di fatto una condizione indispensabile per il mantenimento di una posizione nelle graduatorie scientifiche internazionali, quindi va accettato come un tollerabile compromesso. Ma è un segnale, secondo altri, di un’avanzata del monolinguismo anche in un settore degli studi scientifici in cui il plurilinguismo libero e spontaneo della produzione bibliografica è sempre stato percepito più come una ricchezza che come un limite o un intralcio.

Nessun linguista romanzo, ovviamente, si asterrebbe mai dal leggere un articolo di suo interesse solo perché scritto in una lingua per lui non abituale o meno nota di altre (dando per scontato che nessuno di loro concepirebbe mai di vivere in un mondo scientifico monolingue). Di fatto, anzi, già oggi una parte cospicua della produzione scientifica dei romanisti è scritta in inglese e, ancor più, in tedesco, senza che nessuno si sia mai lamentato del fatto che per leggere la Zeitschrift für Romanische Philologie (regina delle riviste scientifiche di questo settore) bisogna almeno capire la lingua di Goethe, così come quella di Shakespeare è spesso necessaria per accedere agli articoli del periodico Romance Philology. Per secoli, d’altra parte, lo stesso sforzo hanno dovuto fare i ricercatori di tanti altri campi di studio, nei quali il monolinguismo anglocentrico è una soluzione recente e forse inevitabile, ma alternativa a quella più aperta che per secoli ha fatto della scienza – e dell’intelletto umano in generale – un territorio culturalmente vario e anche linguisticamente multiforme.

    Quella contro gli abstract in inglese (o meglio contro l’obbligatorietà dell’inglese) non è dunque una ribellione contro la lingua materna del nuovo vicepresidente dell’associazione, un professore di Oxford che presentandosi ai soci si qualifica come proveniente da una zona di antica latinizzazione, la Britannia appunto: Romania submersa, come i filologi romanzi chiamano le aree anticamente de-latinizzate dell’impero romano.

    Si tratta piuttosto della manifestazione di uno dei tanti aspetti, e forse poco noti, d’un panorama culturale europeo che sarebbe sbagliato ridurre alle abitudini invalse in alcuni ambiti, cioè in quei domini scientifici i cui rappresentanti sono ormai incapaci persino di pensare a qualsiasi tema di ricerca in una lingua diversa dall’inglese (o meglio, pseudo-inglese) universale. Se, come si sforzano di dimostrare le più recenti versioni della dottrina di Chomsky, il linguaggio non è primariamente un mezzo di comunicazione, ma uno strumento del pensiero, la sua uniformazione globalizzante proprio nei domini intellettuali è un fatto che merita attenzione.

    Non merita, certo, operazioni di gretta retroguardia: per cui la mozione alla fine è approvata, pur con qualche polemico yes nelle schede di voto. Gli abstract obbligatori in inglese non insidieranno certo la ricchezza culturale della Romanistica. Piuttosto, proprio agli studiosi delle lingue derivate dal latino spetta ora il compito di riscoprire giusto nell’inglese universale i tratti che fanno di quella lingua originariamente germanica una varietà quasi-romanza per l’impressionante quantità di elementi che, più di ogni altra lingua sorella, essa ha attinto alle lingue neolatine o direttamente al latino. Aeroporto, pensano i romanisti tornandosene a casa, in inglese si dice airport e non Lufthavn come qui a Copenaghen, o Flughafen: proprio la lingua divenuta simbolo della globalizzazione è forse la più romanza tra le non romanze, cioè la più disposta nei secoli a dialogare con l’eredità del latino e a contaminarsi con lingue come il francese (che, per secoli, è stato lingua delle classi dirigenti in Inghilterra) o l’italiano (lingua il cui influsso sull’inglese è stato poco meno forte, in passato, di quello inverso). È anche riandando a queste radici comuni e lungamente condivise che una disciplina apparentemente bizzarra nell’eccentricità dei suoi usi linguistici può suggerire qualcosa a un’Europa – romanza, germanica, globale – per la quale simili controversie non dovrebbero apparire poi così astratte. Perché parlano le nostre lingue.

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