ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl caso Italia

Anti americanismo, sentimento che ha radici profonde

L'Italia sarà un problema per la Nato fino a quando non si creerà un consenso diffuso alla nostra partecipazione

di Sergio Fabbrini

(Afp)

4' di lettura

Consideriamo ciò che è avvenuto giovedì scorso. Il premier Mario Draghi va in Parlamento per presentare la posizione del governo italiano su diverse questioni, tra cui la guerra all'Ucraina. Senza ambiguità, dichiara di sostenere l'aggredito e di combattere l'aggressore. Soprattutto, di combatterlo insieme alla Nato e all'Unione europea (Ue). L'intervento del premier viene accolto con favore dall'opposizione (Fratelli d'Italia), ma con distinguo e resistenze da settori ampi della maggioranza di governo (componenti dei Cinque Stelle, della Lega e della stessa Forza Italia), oltre che con mal di pancia da parte di componenti della sinistra (del Partito democratico e di Leu). Non tutti stanno con la Russia, ma tutti sono contro l'America. Come spiegarsi questo antiamericanismo? L'Italia fa parte dell'alleanza occidentale sin dal secondo Dopoguerra. È stata tra i dodici Paesi fondatori della Nato (1949) e tra i sei Paesi fondatori dell'Ue (1957).

Quelle scelte, tuttavia, furono compiute da alcuni suoi leader (principalmente, da Alcide De Gasperi), con buona parte del Paese che la pensava diversamente. Nel contesto della Guerra Fredda, infatti, la sinistra comunista-socialista aveva sviluppato una forte avversione nei confronti dell’America, in quanto era il nemico della sua potenza protettrice, l’Unione Sovietica. Per la sinistra, l’America rappresentava il capitalismo che l’Unione Sovietica combatteva per sostituirlo con la socializzazione dei mezzi di produzione. L’America non piaceva neppure alla destra. Aveva contribuito a sconfiggere il fascismo e il nazismo, forme estreme di un autoritarismo in cui la destra si riconosceva. Per la destra, l’America da rifiutare era quella liberale. Era l’America della separazione dei poteri, dei dieci “Bill of Rights”, l’America “meticcia” che celebra nel Preambolo della sua costituzione il popolo come un’entità plurale (“We the People”). L’America non piaceva neppure alla Chiesa cattolica, oltre che a esponenti profetici del suo universo politico (come Giuseppe Dossetti). Non solamente per la cultura terzomondista diffusa nella Chiesa, ma anche perché l’America rappresentava il Paese protestante per eccellenza. Un protestantesimo così partecipato da smentire la teoria della secolarizzazione diffusa nell’Europa cattolica. Nonostante gli scritti di filosofi cattolici come Jacques Maritain (le cui «Riflessioni sull'America» sono state recentemente riproposte da Stefano Ceccanti), la Chiesa faticava a riconoscere il nesso tra fede e libertà alla base dell’esperienza religiosa americana. Si può capire la solitudine con cui Alcide De Gasperi ha fatto le sue scelte.

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La fine della Guerra Fredda ha cambiato l’America, ma non il nostro antiamericanismo. Priva del nemico mortale che ne aveva favorito l’auto-disciplina, l’America ha finito per portare in superficie le divisioni radicali che pure avevano attraversato la sua storia. Al capitalismo regolato del New Deal e della Great Society, si è contrapposto il capitalismo de-regolamentato del neoliberismo trionfante degli anni Novanta del secolo scorso. Al liberalismo inclusivo dei movimenti per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta, ereditato dalle presidenze di Barack Obama (2009-2016), si è contrapposto l’illiberalismo dei movimenti della supremazia bianca, ereditato dalla presidenza di Donald Trump (2017-2020). Al progressismo protestante si è contrapposto il fondamentalismo religioso che ha coinvolto anche il mondo cattolico. Anche a causa dei suoi errori di politica estera (come l’invasione dell’Iraq nel 2003), l’America non è stata più in grado di garantire l’ordine internazionale liberale emerso dopo la Guerra Fredda. Infatti, i regimi autoritari si sono rafforzati (la Cina) oppure sono divenuti più aggressivi (la Russia), così come si sono diffuse le organizzazioni terroristiche (in Africa in particolare) e i populismi cesaristici (in America Latina in particolare). Queste trasformazioni avrebbero dovuto mettere in discussione lo stesso concetto di antiamericanismo. Dopo tutto, come può essere antiamericana una sinistra che ha un dibattito interno non dissimile da quello tra Joe Biden e Alexandra Ocasio-Cortez; oppure una destra che ha un dibattito interno non dissimile da quelle tra Liz Cheney e Donald Trump; oppure un cattolicesimo che ha un dibattito interno non dissimile da quello che attraversa il protestantesimo americano. L’America e l’Europa sono divenute sempre più interdipendenti, economicamente ma anche politicamente e culturalmente. Entrambe sono divise sull’equilibrio da costruire tra capitalismo, liberalismo e pluralismo religioso. Eppure, il nostro antiamericanismo è divenuto così ideologico da non vedere la convergenza che tiene insieme l’Alleanza atlantica. Contrastare l’aggressività di Putin è un compito che spetta a quest’ultima, non già alla sola componente americana.

Insomma, l’Italia sarà un problema per l’Alleanza atlantica fino a quando non si creerà un consenso diffuso alla nostra partecipazione a quest’ultima. Ci si può dividere su come parteciparvi, non già se parteciparvi. Nel suo discorso all’Atlantic Council di Washington D.C. dell’11 maggio scorso, il premier Draghi ha affermato che «in un tempo di grande cambiamento, alcune cose rimangono le stesse (…) La relazione tra l’America e l’Europa è una di queste». Anche se Draghi non è solo come lo fu De Gasperi, ancora troppi sono coloro che vogliono prendere le distanze da quella relazione. Con Draghi non siamo un Paese ambiguo. Ma dopo Draghi?

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