PERCORSI D’ARTE IN CITTÀ

Ascesa al Sacro Monte di Varese: una palestra barocca a cielo aperto

La ricca storia del cammino di 2 chilometri patrimonio dell’Umanità riscoperto dai lombardi in questo periodo di lockdown e restrizioni

di Antonio Armano

Sacro Monte a Varese

5' di lettura

I Sacri Monti bisogna conoscerli col cuore. L'invito (o la constatazione emotiva) del critico e scrittore Giovanni Testori, dove arte e fede si fondono in un unico slancio estatico nel ricordo dei pellegrinaggi da bambino, trova un'eco salutistica nelle modalità in cui viene vissuto oggi il sacro Monte di Varese. Salendo lungo il viale delle Cappelle al tempo del Covid si ha infatti l'impressione di trovarsi in una palestra barocca a cielo aperto. Come se il pellegrinaggio fosse più ascesa che ascesi, quasi solo un modo per restare in forma. Nelle prime giornate di bel tempo alla fine del lungo inverno, i varesini evadono dalla stasi domestica del “lavoro agile” per concedersi una camminata, con cane o senza, raggiungendo la cima dove si trova il convento delle suore di clausura, sorelle di sventura in questo periodo di reclusione.

2 chilometri di ascesa

Le quattordici cappelle, lungo le quali si snoda il percorso devozionale, sono chiuse e per immergersi nella rappresentazione sacra bisogna fermarsi e guardare tra i ferri delle grate. Nascono così. Negli anni '80 sono stati aggiunti i vetri per preservare meglio un patrimonio artistico entrato nel 2003 a far parte dei siti Unesco insieme agli altri otto Sacri Monti: Varallo, Crea, Orta, Oropa, Ossuccio, Ghiffa, Domodossola e Valperga. Il percorso è lungo due chilometri. Si sale dai quasi 400 metri di Varese fino agli 880 di Santa Maria del Monte, il borgo che avvolge la chiesa e il convento. Il Sacro Monte di Varese viene concepito nel '600 come opera architettonica di evangelizzazione popolare per reagire alla minaccia protestante. Mentre nella vicina Svizzera si spogliano le chiese delle immagini sacre, qui si va in direzione opposta con una rappresentazione realistica fatta di statue e scenografie da teatro popolare lombardo. L'effetto è forte e straniante se oggi il pellegrino cerca piuttosto il raccoglimento in mezzo alla natura lasciandosi alle spalle gli effetti speciali della città. Il godimento artistico nel cammino in salita è quindi un'esperienza fuori dal comune in tutti i sensi, ma non nell'unico che conta oggi: quello del Dpcm, almeno per chi abita a Varese.

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La visita virtuale dei tesori nascosti a Pasqua

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi”. Non so quanti la pensassero come Proust. Molti però avranno cambiato idea. C'è un piacere profondo e un po' sconvolgente nello scoprire con voluttà il mondo che hai sempre avuto sotto gli occhi. “Il turismo di prossimità si è accentuato con la pandemia ma esisteva da tempo ed è una tendenza forte” spiega Elena Castiglioni. Castiglioni ha fondato insieme a Marina Albeni ed Emanuela Sguazza Archeologistics una società con sede a Varese dedicata ai beni culturali. “Abbiamo in gestione tutti i quattro siti Unesco della provincia. Oltre al Sacro Monte, c'è l'Isolina Virginia, Castelseprio e Torba, Monte San Giorgio. Al Sacro Monte gestiamo non solo il viale delle Cappelle e il Santuario con la cripta del V-VI secolo, ma anche il museo Baroffio e la casa-museo Pogliaghi, la villa appartenuta a Lodovico Pogliaghi con l'annessa collezione, una sorta di Wunderkammer con statue romane (purtroppo rifatte), sarcofagi egizi e altri reperti raccolti nel corso di una vita dall'artista e studioso milanese che si era ritirato qui dove è morto a 93 anni. Purtroppo a causa del Covid la villa è stata aperta alle visite tre settimane e ora siamo chiusi ma proponiamo una visita virtuale alle Cappelle in vista della Pasqua, in particolare quella della Crocifissione, la più scenografica”.

La storia del Sacro Monte

La salita al Sacro Monte è resa molto agevole dall'impianto monumentale del viale ma si sente. “La parte più dura è proprio quella che coincide con le cappelle dei misteri dolorosi” mi fa notare Elena Castiglioni. In passato la strada doveva essere molto più impervia. Per la presenza dell'antica chiesa dedicata alla Vergine, il monte era già meta di pellegrinaggio prima della costruzione del viale delle Cappelle, impresa concepita e realizzata tra il 1604 e il 1690 da padre Aguggiari e dall'architetto Giuseppe Bernasconi detto il “Mancino” con “limosine” e in anni di “pestilenze e guerre”, compresa la grande peste manzioniana del 1630. Secondo una ricostruzione che si perde nella leggenda, il vescovo Ambrogio, vinta l'ultima resistenza opposta dagli eretici ariani, sale sul Monte il primo novembre 389 e celebra messa. Sorge allora un primo luogo di devozione alla Madonna. Intorno all'anno Mille è ormai una chiesa conosciuta come “Basilica de Monte di Velate”. Nel Quattrocento un gruppo di romite guidate dalla beata Caterina di Pallanza si stabilisce in cima. Il convento fiorisce e viene usato anche dai cappuccini di Varese per le funzioni religiose. Il padre cappuccino della nobile famiglia degli Aguggiari concepisce il progetto di un viale comodo e allo stesso tempo adatto a preparare spiritualmente la visita al santuario soprastante. Le suore hanno la stessa idea e i progetti si uniscono sotto l'egida del Bernasconi. Al fervente lavoro di raccolta delle elemosine, al “crowdfunding” seicentesco si unirono le ricche famiglie milanesi a partire dai tremila scudi offerti da Francesco Litta. Nel 1606 viene costruita la prima cappella, la settima in ordine di percorso, quella della Flagellazione.Le quattordici cappelle riproducono altrettanti misteri della fede cristiana attraverso gruppi scultorei sullo sfondo di affreschi sempre a dimensione reale con tanto di cavalli, cani e personaggi popolari come giocatori di carte e ubriachi: dalla Annunciazione all'Assunzione passando per tutte le altre tappe comprese la Salita al Calvario, la Flagellazione e la Crocifissione. Quest'ultima è la più imponente con ben cinquantadue statue e vari cavalli realizzati dallo scultore Dionigi Bussola che ha lavorato nel Duomo di Milano. Molti gli artisti di scuola lombarda impegnati nei lavori. Francesco Silva è lo scultore più attivo, mentre per gli affreschi ricorre il nome del varesino Morazzone e della sua bottega.

In vetta il monumento a Paolo VI

In vetta si incontrano i camminatori già arrivati che si godono il bel tempo tra le panchine, le terrazze dei caffè e il panorama prealpino. Un ragazzo legge un libro seduto sui gradini della “scalinata del Mosè” con il sole in faccia. Forse prepara un esame universitario a distanza. Difficile dire come queste persone vivano l'ascesa/ascesi. Lo stesso Testori invitava a non separare arte, fede e vita. Alcuni aspetti del percorso possono essere caduti nell'ombra - soprattutto tra chi è cresciuto qui – ma una camminata tra architettura sacra e natura contiene più o meno consciamente molte motivazioni. Un gruppo di bambini gioca intorno allo spettacolare monumento bronzeo di Paolo VI, proteso verso valle e ricco di simbologie con il mantello fluttuante, il teschio o vanitas di impronta barocca, la tazza rovesciata a indicare la fame nel mondo, e le pecore ai piedi di cui una con cinque gambe per adeguare la struttura alla prospettiva... L'autore è il varesino Floriano Bodini ed è stato inaugurato alla presenza di Andreotti e di Giuseppe Zamberletti nell'86. Lo storico ministro della Protezione civile, al centro di varie emergenze come i terremoti del Friuli e dell'Irpinia, nume tutelare locale in periodo di pandemia non meno del fratello, il beato Domenichino, è nato e cresciuto proprio qui e lo ricorda una targa sulla casa natale alla fine del viale delle Cappelle, dove i genitori avevano l'albergo Camponovo, ora “location per cerimonie ed eventi”.

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