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Barche riciclate e nanocapsule, le frontiere della plastica

Northern Light Composites ha trovato il modo per recuperare la resina dagli scafi mentre Nanomnia utilizza solo pellicole biodegradabili

di Valentina Saini

 Le barche sono costruite con tecnologie termoindurenti: a fine vita vengono bruciate. Il processo è molto impattante, da qui l’idea di una barca riciclabile al 100%

3' di lettura

Poche aree in Europa occidentale sono più inquinate della Pianura padana, nordest incluso: dall’aria con alti livelli di particolato, all’acqua (è il caso dell’emergenza Pfas in certe zone del Veneto, per esempio). Un recente studio dell’Università di Utrecht, del Barcelona Institute for Global Health e dello Swiss Tph, colloca diverse città nordestine ai vertici della graduatoria della mortalità da PM2.5 in Europa: Vicenza (al 4° posto), Verona (11°), Treviso (14°), Padova (15°), Venezia (23°), Pordenone (24°). I residenti sono sempre più preoccupati, e tali livelli di inquinamento possono danneggiare anche l’economia, intaccando la capacità dei territori nordestini di attirare talenti, nuovi residenti, turisti e investimenti.

Ma ci sono aziende e startup innovative alla ricerca di modi per produrre in modo più sostenibile, e con un minor impatto sull’aria, sull’acqua, sul suolo. Ad esempio la goriziana Northern Light Composites, startup innovativa fondata alla fine del 2019 da tre giovani velisti friulani. «Oggi le barche sono costruite con tecnologie termoindurenti e, a fine vita, vengono bruciate», spiega il Coo Fabio Bignolini, 34 anni. Un processo molto costoso, sia dal punto di vista ambientale, perché implica l’emissione di CO2, che dal punto di vista economico. «Da noi capita spesso di vedere barche abbandonate nelle marine, nei campi, ovunque: smaltirle costa tantissimo».

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Proprio per questo «è nata l’idea di provare a realizzare una barca al 100% riciclabile. E ci siamo riusciti. Non solo abbiamo sviluppato un nuovo materiale ad hoc, rComposite, ma anche la tecnologia per crearlo». Una volta raggiunto il fine vita, la barca della startup non andrà dunque bruciata, bensì riciclata. Se ne potrà recuperare la resina, completamente riutilizzabile, e ricavare un granulo per stampare plastica.

Nella frazione di Campagnola, a Verona, ha sede Nanomnia, ex startup (oggi Pmi innovativa) assai premiata con alla guida una donna: Marta Bonaconsa, grintosa imprenditrice della zona con una laurea in biologia molecolare e un dottorato in neuroscienze. «Noi sviluppiamo formulati bio e nanotecnologici per migliorare l’efficacia di principi attivi di varia natura, come farmaci, agrofarmaci, cosmetici, composti ad uso industriale, incapsulandoli in matrici composte da materiali naturali, biocompatibili e biodegradabili», spiega Bonaconsa. «L’incapsulamento preserva i composti nel loro percorso attraverso l’organismo umano, animale o vegetale, e protegge a sua volta gli stessi organismi da effetti dannosi e tossici che tali trattamenti possono comportare».

In territori a forte vocazione agricola come quelli del nordest le applicazioni della tecnologia dell’azienda sono concrete. Spiega Bonaconsa: «In agricoltura è cruciale diminuire l’impatto che le diverse tipologie di agrofarmaci hanno sulla salute del terreno. Gli attuali sistemi di incapsulamento prevedono l’uso di sostanze non completamente biodegradabili, che quindi danno luogo all’accumulo di microplastiche nel terreno».

L’incapsulamento studiato da Nanomnia è privo di tali sostanze, migliora la stabilità dei principi attivi agrofarmaceutici e li rende più resistenti a temperature e raggi Uv. Inoltre accresce la selettività dei trattamenti contro le specie patogene, preservando la salute degli insetti impollinatori.

E di molecole e nanotecnologie si occupa anche anche Michela Signoretto, ordinaria di chimica industriale e responsabile del laboratorio CatMat dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. La missione del laboratorio è «sviluppare materiali applicabili in una pluralità di settori, all’insegna della sostenibilità, valorizzando il territorio e promuovendo le sinergie con attori esterni», spiega Signoretto.

Il CatMat collabora con centri di ricerca e aziende, italiane e straniere, «soprattutto per sviluppare materiali nanoporosi per applicazioni che spaziano dalla catalisi per la produzione di carburanti, ad applicazioni ambientali come l’abbattimento di inquinanti». Il team del CatMat ha trovato, ad esempio, il modo di ricavare sostanze e principi attivi utili per formulare nuovi prodotti per capelli dagli scarti dei carciofi (come le foglie e la parte terminale dei gambi) provenienti dal mercato ortofrutticolo di Rialto.

«Stiamo anche lavorando allo sviluppo di fotocatalizzatori per trasformare gli inquinanti atmosferici, ad esempio la CO2, in carburante» continua la scienziata. Questi fotocatalizzatori, grazie a una semplice sorgente luminosa, abiliterebbero un processo chimico in grado di trasformare la CO2 in metanolo e metano, da utilizzare come carburanti o per produrre energia elettrica.

«I fotocatalizzatori si stanno studiando in tutto il mondo ma le rese sono bassissime perché non si è ancora riusciti a realizzare un materiale adatto a fungere da fotocatalizzatore», osserva Signoretto. Anche nel nordest si lavora per contribuire alla rivoluzione della fotocatalisi.

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