INIZIATIVA PARTITA DA ROMA

Bartender e mixologist fanno rete per gestire la movida

I professionisti del bancone con l’associazione Italian Hospitality Network chiedono più controlli alle istituzioni sulla somministrazione non autorizzata

di Alessandra Tibollo

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I professionisti del bancone con l’associazione Italian Hospitality Network chiedono più controlli alle istituzioni sulla somministrazione non autorizzata


2' di lettura

Fare rete per combattere l’etichetta negativa attribuita alla movida. È quello che hanno fatto fin dal 9 marzo 2020, lo stesso giorno della chiusura forzata per lockdown, i professionisti della notte di Roma, che si sono riuniti in un’associazione che si chiama Italian Hospitality Network (Ihn). Parte da Roma, ma è un modello che si sta allargando a macchia d’olio in tutte le altre città d’Italia, specialmente quelle più grandi e ad alto tasso di locali notturni.

Il pericolo è nei minimarket che vendono alcolici ai minorenni

Cocktail bar, soprattutto, dove si fa miscelazione di alto livello, perché fra i fondatori di Ihn ci sono i protagonisti dei locali che si trovano nelle classifiche internazionali, come Leonardo Leuci del Jerry Thomas Speakeasy (50° nella World 50 Best Bars 2020), che di Ihn è presidente. Gli iscritti all’associazione, che è già uscita dai confini della capitale, hanno superato quota 500 e, come spiega il coordinatore Giovanni Seddaiu, sono stati selezionati secondo un criterio di qualità: “Accogliamo locali che lavorino dall’aperitivo al dopocena, che facciano ricerca e studio sui prodotti e che siano legalmente ineccepibili, con una licenza di somministrazione e senza pendenze né amministrative né penali”.La primissima azione di Ihn è stata mettere a fattor comune le informazioni operative: come fare per chiedere la cassa integrazione, quali i limiti da rispettare per chi faceva asporto o delivery, i dispositivi di sicurezza e gli altri adempimenti che cambiavano di giorno in giorno.

Le azioni in campo a Roma e il sostegno delle istituzioni

Dopo il 18 maggio, racconta Seddaiu, “abbiamo elaborato dei protocolli di comportamento, che ci sono valsi il plauso delle forze dell’ordine, con le quali abbiamo aperto un tavolo di confronto”. Lo step successivo è stato esattamente questo: il dialogo con le istituzioni e le altre associazioni, come quelle dei residenti. “Quella che chiamano movida è un modello di aggregazione nel quale non ci riconosciamo. Al contrario vogliamo essere un presidio sul territorio che fa qualità e ha interesse che tutti rispettino le regole”. Il riferimento è ai minimarket che vendono alcolici sottocosto ai giovanissimi dopo l’orario consentito: “Quello della somministrazione parallela e fuori dalle normative è il cuore del problema. È nei pressi di questi esercizi che si creano gli assembramenti, pericolosi sia per la diffusione del virus sia per il decoro, perché poi torme di ragazzi ubriachi creano disagio nei quartieri in cui si aggregano”.

A Roma il fenomeno è evidente a Trastevere, a Ponte Milvio, a Monti, a San Lorenzo, al Pigneto, ma anche più in periferia, come a Centocelle.“Abbiamo aperto dei tavoli con le associazioni dei residenti, con i mini municipi, partendo dal centro storico, dove peraltro c’è il problema delle licenze di somministrazione contingentate, poi abbiamo iniziato a dialogare con la sindaca Raggi e con il presidente della regione Zingaretti”. La prima, spinta anche dalle pressioni di questa associazione, nonché di altre istituzioni come Fipe, ha concesso intanto un +35% di occupazione di suolo pubblico. Dalla Regione, dice Seddaiu, “l’impegno a ripensare l’intero comparto dell’hospitality e a spingere sull’acceleratore della promozione di Roma a partire dal punto forte che è il buon bere e il buon mangiare”.


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