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«Bergoglio non è ostile al mercato, ma la Chiesa pone domande al sistema»

Emilce Cuda, teologa morale argentina, è stata appena nominata membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Suo padre Antonio era un argentino di seconda generazione, la cui famiglia era emigrata in Sud America da Milano

di Paolo Bricco

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6' di lettura

«Il magistero di Francesco non è pregiudizialmente ostile al mercato. È, invece, radicalmente avverso ai monopoli e agli oligopoli. Gli imprenditori hanno un ruolo centrale nella creazione della ricchezza sana e nella sua giusta distribuzione. Naturalmente, il magistero di Francesco è contrario alla finanziarizzazione dell’economia. Non va bene fare i soldi per fare i soldi. Non va bene fare i soldi attraverso i soldi. Non è accettabile. Non funziona mai la deresponsabilizzazione delle classi dirigenti economiche e politiche nelle loro scelte rispetto ai lavoratori e alle loro famiglie. Ma va chiarito un aspetto: dal punto di vista culturale e spirituale è l’intera storia della Chiesa che pone questioni di fondo sul rapporto fra l’economia e la società, il sistema industriale e il sistema finanziario, la scarsità delle risorse economiche e la necessità di preservare le risorse ecologiche, il destino dell’uomo nella misura dell’infinito e la transeunte modulazione delle dinamiche fra capitale e organizzazione, tecnologia e lavoro. Francesco, naturalmente con la sua originalità, è coerente con la storia della Chiesa, che fin dall’Ottocento si interroga sulle forme del capitalismo. Esiste una continuità marcata fra lui e chi lo ha preceduto: Benedetto XVI e, prima ancora, Giovanni Paolo II. Ognuno con il suo carisma. Ognuno con la sua personalità».

Emilce Cuda, argentina, è una teologa morale. Dal 4 settembre dell’anno scorso è segretario della Pontificia Commissione America Latina del Vaticano. Questa settimana è stata nominata membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Ha studiato filosofia alla Uba, la Universidad de Buenos Aires. È la prima donna ad avere ottenuto un dottorato di ricerca in teologia morale alla Pontificia Universidad Católica Argentina Santa María di Buenos Aires, quando il gran canciller era appunto Bergoglio. Ha studiato e lavorato alla Northwestern University di Chicago con Ernesto Laclau, il filosofo e teorico della politica che è fra i principali studiosi di populismi, di cui Emilce ha investigato le matrici culturali e religiose.

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Intellettuale figlia dell’Argentina

Siamo alla trattoria Camoscio d’Abruzzo, un posto molto semplice vicino alla Stazione Termini, dall’altra parte della città rispetto a via della Conciliazione, dove ha sede la Pontificia Commissione America Latina. Cuda è una intellettuale. È figlia dell’Argentina. Il Paese - suo e di Bergoglio - ha una paradossale e drammatica vicenda di rovesciamenti di grandi ricchezze ambientali, abbondanza di materie prime e significative industrializzazioni che, alla fine, si sono trasformate - contro ogni forma di razionalità della storia - in destrutturazioni economiche e in disallineamenti sociali, in povertà delle famiglie e in smarrimento dei cuori.

Per esempio, non si può capire l'insistenza sulla Amazzonia di papa Francesco - trattata sia sotto il profilo teologico sia sotto il profilo morale - se non si coglie la sua duplice natura: un pezzo del creato e del disegno di Dio, ma anche il simbolo dell’esperienza di una continente - il Sud America - in cui spesso i giacimenti naturali sono stati sottoposti a sfruttamenti intensivi, a vantaggio di pochi (qualche volta stranieri), senza alcuna ricaduta positiva per le popolazioni locali e anzi, sovente, con loro diretto danno: «L’Amazzonia ha un forza metaforica e spirituale rilevante. Perciò è essenziale nel pensiero di papa Francesco. Ma lo schema, in Sud America e in altri luoghi dimenticati del mondo, si ripropone sempre nello stesso modo. Adesso in Argentina c’è il problema del litio. Chi ne beneficerà? Non capiterà quanto già successo con il gas e con il petrolio? Spesso le questioni materiali e le questioni spirituali sono le due facce della stessa moneta», dice Emilce con grande passione.

Ceto medio e cifra europea

Emilce non è espressione della élite sudamericana, che è americanizzata nell’educazione, nei comportamenti e negli stili di vita. Suo padre Antonio era un argentino di seconda generazione, la cui famiglia era emigrata in Sud America da Milano. Anche sua madre, Maria Rosa, aveva umili origini italiane, veneziane: «Mio padre lavorava alle poste, mia madre faceva la modista. Tutti e due erano impiegati. Erano parte di quel ceto medio che esiste soprattutto in Argentina, mentre nel resto del Sud America prevale una bipolarizzazione estrema della società divisa fra molto ricchi e molto poveri».

Anche per questa ragione – il suo non appartenere all’establishment di nascita e la sua cifra europeizzata, ma non europea – appare interessante la lettura che dà della visione economica e sociale, politica e civile di Bergoglio, il primo papa latino-americano nella storia della Chiesa che nel 2013 si presentò, affacciato su Piazza San Pietro, con le parole «vengo quasi dalla fine del mondo», e nel cui pensiero tanta parte ha avuto, in questi nove anni di pontificato, il concetto di “popolo”.

Tre case nel mondo

Lei prende una insalata caprese come antipasto, mentre io scelgo del prosciutto crudo con la mozzarella di bufala. «Niente vino, per me. Mi piace, ma mi fa stare male», spiega. Emilce parla un divertente ed espressivo grammelot che mescola in maniera nitida e comprensibile l’italiano, lo spagnolo e l’inglese. È sposata con Patrick, un imprenditore americano. Hanno due figli, che a Buenos Aires sono stati educati nelle scuole medie e superiori di un collegio italiano: William, che frequenta relazioni internazionali alla Georgetown University di Washington, e Tomas, che studia scienze politiche alla Uba, la Universidad de Buenos Aires.

Hanno tre case: a Buenos Aires nel barrio Palermo («l’abitazione della infanzia dei nostri figli che, però, ora è chiusa»), a Scottsdale in Arizona («è la nostra casa principale, si trova nel deserto, un luogo meraviglioso, anche se capisci presto perché nel Far-West tutti indossano gli stivali da cow-boy, ci sono serpenti e scorpioni ovunque») e adesso, con la chiamata di papa Francesco, qui a Roma.

Come piatto principale, lei sceglie un petto di pollo alla piastra e io, invece, prendo una zuppa all’ortolana. «Vuoi dell’acqua?», le domando. «No, grazie. Una mia abitudine è chiedere una bottiglia di minerale non gassata e, poi, non berne nemmeno mezzo bicchiere», dice sorridendo di questa piccola mania.

La dimensione culturale del lavoro

Emilce ha un carisma pragmatico, un profilo indio che è più nella mia fantasia che nei suoi geni vista l’appartenenza al ceppo degli argentini di origine italiana e l’energia volitiva e coinvolgente che, nel nostro Paese, si ritrova soprattutto negli imprenditori lombardi e veneti. Il nocciolo duro dell’economia morale di Bergoglio è contenuto nelle encicliche Fratelli tutti del 2020 e Laudato si’ del 2015, più il discorso tenuto nell’acciaieria dell’Italsider a Genova nel 2017. Lo snodo è rappresentato dal lavoro. Ma l'elemento interessante del dialogo con Cuda è la dimensione culturale che, nella mentalità argentina tanto quanto nella dottrina sociale della Chiesa, appartiene al concetto di lavoro.

«L’Argentina e il Brasile - spiega - hanno sperimentato un consistente processo di industrializzazione negli anni 50 e 60. La civiltà industriale ha portato i lavoratori a essere coinvolti, per la tutela dei loro diritti, nelle organizzazioni sindacali. La centralità dei diritti ha una connotazione etica e civile importante: perché i lavoratori chiedono i diritti. Fra i diritti, c’è anche quello della partecipazione alla politica. Per questa ragione è fondamentale l’idea del popolo. Che è una cosa diversa rispetto ai populismi nelle accezioni assegnate nei canoni del pensiero occidentale. Esiste una forma di crisi profonda della rappresentanza politica dei partiti occidentali. Vale la pena considerare una idea non di populismo, ma di popolarismo. In cui il popolo diventa soggetto attivo delle scelte di democrazia politica e di democrazia economica».

Il “surfare” sui conflitti dei gesuiti

La critica di Bergoglio è, in maniera indiretta, all’eurocentrismo che, anche nelle sue versioni più eterodosse, ha sempre conservato la centralità dei partiti del secolo liberale, incardinato sul concetto di rappresentanza, e del secolo delle masse, fondato sull’idea che le élite - anche da sinistra - avessero comunque una facoltà di guida e un potere di indirizzo di queste ultime. Anche per questo Bergoglio non è semplice da capire nelle sue fondamenta per una parte significativa degli osservatori, che di solito si limitano a rifiutarne il punto di vista oppure lo esaltano, ma attraverso una semplificazione che trasforma il pontefice in una icona priva di complessità.

«Inoltre - osserva Emilce - questi temi, che sono insieme teologici e spirituali, culturali e politici, economici e sociali, vengono posti con forza da Bergoglio. Non soltanto per la matrice vigorosa del suo carattere personale. Ma, anche, per la sua appartenenza ai gesuiti, che hanno sempre avuto la vocazione di “surfare” sui conflitti, ma di non negarne mai l’esistenza”.

Niente dolce, a fine pasto. Per me un caffè espresso. Per lei, invece, un caffè americano. Mentre Emilce Cuda - teologa morale di Buenos Aires - chiede un secondo caffè americano e colloca il magistero di Francesco nella contemporaneità e nella storia, mi viene in mente Il Sud di Jorge Luis Borges: «Da un tuo cortile avere guardato le antiche stelle, dalla panchina in ombra avere guardato quelle luci disperse che non so ancora chiamare per nome né ordinare in costellazioni», questo secondo l’Omero del Novecento è la poesia. E, forse, questa spinta a ordinare e a capire, prima di contrastare e giudicare, è davvero il senso del vivere.

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