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Bitcoin, così i «minatori» cinesi aggirano i divieti: Pechino seconda al mondo dopo gli Usa

I numeri dicono che rimangono ancora 2 milioni di bitcoin da estrarre, ma lo sforzo potrebbe risultare meno redditizio, adesso, con il prezzo del bitcoin in calo di oltre il 50% dal picco di novembre 2021

di Biagio Simonetta

“Finance Day” - Mercati, risparmio e cripto: le strategie antivolatilità

2' di lettura

Non c’è divieto che tenga. In Cina, i minatori di criptovalute, hanno trovato il modo per aggirare le restrizioni imposte dal governo centrale. E il mining è tornato a far registrare numeri considerevoli, secondo una ricerca del Cambridge Center for Alternative Finance. Ma facciamo un passo indietro.
Era l’estate scorsa quando da Pechino arrivò un messaggio chiarissimo: i cripto miners vanno fermati, consumano troppa energia e impediscono al Paese di raggiungere gli obiettivi climatici che Xi Jinping ha messo in agenda.

Minatori in fuga nel 2021

Passarono pochi giorni e le province cinesi dello Xinjiang, Mongolia interna, Sichuan e Yunnan - che erano quelle maggiormente esposte - costrinsero i minatori di bitcoin alla fuga verso nuove mete (Kazakistan e Russia su tutte).

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L’hash rate, che definisce la potenza di calcolo di tutti i minatori nella rete bitcoin, crollò. Un segno evidente di come lo stop cinese stesse influendo sul mining globale. Del resto la Cina rappresentava, all’epoca, tra il 65% e il 75% dell'hash rate mondiale. E la repressione fu un colpo durissimo.

L’inversione di rotta

Eppure, in questi dieci mesi, il trend è stato invertito nuovamente. Nonostante il divieto di Pechino, i miners sono riusciti a riprendersi i loro spazi in Cina, e la produzione di cripto nel Paese è tornata a livelli importanti. Un’attività “sotterranea”, probabilmente difficile da individuare anche per l’infallibile macchina cinese.

E già a settembre 2021 - cioè due mesi dopo il divieto imposto dal governo centrale - la Cina rappresentava poco più del 22% del mercato totale del mining di bitcoin, secondo i dati dei ricercatori di Cambridge.

Una percentuale che posiziona il Paese asiatico al secondo posto, dietro agli Stati Uniti.Il blocco imposto da Pechino arrivò dopo una serie di avvenimenti che suonarono come un campanello d’allarme per Pechino.

Blocco inutile

L’anno scorso, la seconda economia più grande al mondo, ha dovuto affrontare problemi di carenza energetica per diversi mesi, con numerose interruzioni di corrente che hanno colpito vaste aree del Paese. La Cina, tra l’altro, è ancora fortemente dipendente dal carbone e sta aumentando gli investimenti nelle energie rinnovabili nel tentativo di diventare carbon neutral entro il 2060.

Per questo le autorità cinesi vedono il mining di criptovalute come un potenziale ostacolo a quel piano.Il blocco, però, è servito a poco, e la produzione è ripresa catapultando la Cina alla seconda posizione fra chi cerca bitcoin. I numeri dicono che rimangono ancora 2 milioni di bitcoin da estrarre, ma lo sforzo potrebbe risultare meno redditizio, adesso, con il prezzo del bitcoin in calo di oltre il 50% dal picco di novembre 2021.


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