ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl congresso dem

Bonaccini-Schlein, la sfida identitaria che rischia di far esplodere il Pd

Con la scesa in campo dell’outsider Elly Schlein i dem vanno verso le primarie più incerte di sempre: sinistra contro riformisti, con il rischio scissione. Renzi alla finestra

di Emilia Patta

Pd, Schlein si commuove parlando della sorella

6' di lettura

Con Elly Schlein in campo il congresso del Pd si avvia ad essere un duello senza esclusione di colpi tra lei - giovane outsider proveniente dall’esperienza di Occupy Pd «contro i 101 che hanno voluto affossare Prodi e i tentativi di Bersani per un governo di cambiamento», poi uscita dal partito con la sinistra di Beppe Civati e ancora non formalmente rientrata (l’iscrizione avverrà nei prossimi giorni) - e il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Con il paradosso che le esecrate correnti dem, che entrambi dicono di volere superare, si stanno posizionando in prevalenza con l’outsider Schlein.

Il paradosso: le correnti romane si posizionano sull’outsider

C’è Dario Franceschini, ci sono Nicola Zingaretti e tutti gli “zingarettiani”, c’è il vicesegretario di sinistra Giuseppe Provenzano e forse ci saranno nei prossimi giorni anche il leader della sinistra interna Andrea Orlando e il plenipotenziario del Pd romano Goffredo Bettini. E non è un mistero che a Schlein guardi con simpatia anche il segretario uscente Enrico Letta, anche se il suo ruolo di traghettatore suggerisce una neutralità formale: è stato Letta e volere fortemente la candidatura di Schlein alle politiche del 25 settembre. Ed è stato sempre Letta a inventarsi la procedura della fase costituente prima del confronto tra i candidati in modo da permettere anche a chi (ancora) non è ancora iscritto al partito di partecipare.

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Con Bonaccini Base riformista e sindaci

Con Bonaccini, per ora, c’è solo la corrente Base riformista che fa capo a Lorenzo Guerini. Ma c’è anche una fitta rete di sindaci e amministratori tra cui i sindaci di Firenze Dario Nardella (che nei giorni scorsi ha rinunciato a scendere in campo in prima persona per appoggiare il governatore dell’Emilia Romagna), di Bergano Giorgio Gori e di Bari Antonio Decaro. Potrebbero poi unirsi prima di fine gennaio, data di inizio dei congressi nei circoli, anche i governatori di Campania e Puglia Vincenzo De Luca e Michele Emiliano.

Il rischio di due risultati diversi tra gli iscritti e gli elettori

Ma è chiaro che per ora il grosso del partito nazionale si sta posizionando su Schlein, rendendo più forti le sue chance di emergere non solo alle primarie aperte agli elettori del 19 febbraio ma anche nella conta tra gli iscritti: mai, da quando il Pd è nato ormai 15 anni fa, la partita congressuale è stata così aperta e dal risultato incerto. Con il rischio, anche, di un risultato diverso al congresso tra gli iscritti e alle primarie aperte agli elettori.

«Compagne e compagni»: appello di Schlein al popolo di sinistra

Certo è che nella convention di lancio della candidatura di Schlein domenica al circolo culturale Monk di Roma (nel quartiere di Portonaccio, ben distante dalle zone Ztl della Capitale) c’era solo una parte del popolo democratico così come lo abbiamo conosciuto in questi anni. La parte sinistra doc. Quella a cui si appella Schlein con l’ormai desueto «compagne e compagni». La parte che all’annuncio («insieme a voi voglio diventare la segretaria del nuovo Pd») scoppia in un applauso liberatorio e intona “Bella ciao” alzando i pugni.

L’affondo contro Matteo Renzi: scelte scellerate

Va in questa direzione anche l’affondo contro Matteo Renzi, che nel giorno in cui l’assemblea di Italia Viva dà il via libera alla federazione con la calendiana Azione ricorda che fu lui, da segretario del Pd, a candidare Schlein alle elezioni europee del 2014 e quindi «senza di me lei non sarebbe nessuno». «Io sono stata eletta a Strasburgo grazie alle 53mila preferenze prese in una campagna porta a porta - ribatte Schlein -. Invece a Renzi va dato il merito di aver spinto me e tanti fuori dal Pd con una gestione arrogante, incapace di fare sintesi delle diversità». E ancora: «Dopo aver umiliato chiunque avesse un’idea diversa, con le sue scelte scellerate ha lasciato un campo di macerie... non ci faremo dire da chi sta filtrando con la destra cosa dobbiamo fare per ricostruire la sinistra».

No al Jobs act, sì al reddito di cittadinanza: la visione di Schlein

Ed è così che la renziana riforma del lavoro, il Jobs act, diventa nella sala del Monk il simbolo di tutti i mali, da abbattere. Ed è così che risuonano forti le parole d’ordine della sinistra tradizionale: dalla necessità di una maggiore redistribuzione (la parola patrimoniale non è pronunciata ma è nell’aria) alla difesa del reddito di cittadinanza con una chiara strizzata d’occhio al M5s, alleato di ieri e soprattutto di domani («ha impedito un milione di poveri»); dalla messa in stato d’accusa del «modello neoliberista che si nutre di diseguaglianze ed è inadeguato al pianeta» alle tre sfide su «diseguaglianze, clima e precarietà».

Crescita e merito: le parole recuperate da Bonaccini
Le parole che mancano nella visione schleiniana sono crescita e merito, ben presenti invece nel discorso della scesa in campo di Bonaccini del 20 novembre scorso. Il governatore dell’Emilia Romagna ricorda che il Pd deve essere il partito della crescita perché senza ricchezza non può esserci redistribuzione e che la parola merito è di sinistra perché è il principale ascensore sociale a disposizione dei non abbienti. Bonaccini immagina un partito «dei lavori» invece che «del lavoro», perché non ci sono solo i dipendenti e gli operai: ci sono i giovani precari a cui bisogna dare una risposta, certo, ma ci sono anche milioni di autonomi e partite Iva che «non possiamo lasciare alla destra». Chiaro che il Pd che ha in mente Schlein («serve un nuovo partito», dice non a caso chi a quel partito non si è ancora iscritta) è un partito fortemente identitario che si rivolge tutto a sinistra mentre quello che immagina Bonaccini è ancora, e nonostamte tutto, il partito veltroniano a vocazione maggioritaria che ha l’ambizione di parlare a tutto il Paese e a tutti i ceti sociali e non solo a una parte.

Il rischio scissione: chi perderà la partita scapperà con la palla?

Se dovesse vincere Schlein i riformisti di provenienza cattolica e liberal-democratica si sentirebbero ancora rappresentati? E la sinistra che bussa con forza alle porte del Pd - oltre a quella interna, la stessa Schlein e i bersaniani di Articolo 1 in procinto di reintrare nel partito con il loro leader Roberto Speranza - si sentirebbe a casa se dovesse invece vincere Bonaccini? In molti sono convinti che comunque andrà a finire il congresso dem una nuova scissione, dopo quelle di Bersani nel 2017 e di Renzi nel 2019, sarà da mettere in conto.

L’ombra di Renzi sul congresso dem

Certo non è un caso che il filo rosso della discussione congressuale porti sempre al nome di Renzi, così duramente attaccato da Schein nel suo discorso e usato dai detrattori di Bonaccini ora in tandem con Nardella al grido di “siete renziani” o “siete il cavallo diTroia che riporterà Renzi nel Pd”. Renzi è stato infatti il leader del Pd che ha più teso la corda dalla parte del riformismo di governo fino a spezzarla a sinistra. E ora, paradossalmente, potrebbe beneficiare degli effetti della corda tesa dall’altra parte fino a spezzarsi dal lato del riformismo. Perché è chiaro che se l’ex premier è idealmente più vicino a Bonaccini e Nardella, suoi ex bracci destro e sinistro ai tempi della scalata al Nazareno e della sfida del governo, spera in cuor suo che vinca proprio Schlein per le “praterie” che si aprirebbero davanti alla nuova formazione politica - la «casa dei riformisti», appunto - che sta costruendo con Carlo Calenda.

Riformisti a disagio: da Gori a Ceccanti

Gori, l’autorevole sindaco di Bergano che appoggia Bonaccini, ha già ventilato una sua uscita dal Pd se dovesse vincere Schlein. Ed altri verosimilmente lo seguirebbero. Il costituzionalista ed estensore del Manifesto veltroniano del 2007 Stefano Ceccanti, nominato nel Comitato dei 100 che deve riscrivere quella carta fondamentale prima del confronto tra candidati nel congresso, ha già protestato con un lettera al segretario Letta ventilando le sue dimissioni: «Il mandato è quello di aggiornare il Manifesto del 2007 o di cestinarlo in blocco? Perché è evidente che un’Assemblea ad un mese dalla scadenza ha la legittimazione per operare la prima scelta ma non la seconda».

La sfida dei liberal: coniugare lotta alle diseguaglianze e crescita

Quanto al dibattito sulle idee che si profila tra Schlein e Bonaccini, è sempre Ceccanti - che nelle prossime ore presenterà il documento “Un nuovo inizio, laburista” assieme all’ex leader dei metalmeccanici della Cisl Marco Bentivogli e ai “liberal” Gori, Pietro Ichino, Enrico Morando, Giorgio Tonini, Marco Leonardi e altri - a individuare alcuni punti dirimenti: «Il punto di metodo è pensare la riduzione delle diseguaglianze dentro una logica di crescita, non a somma zero. Per avere un approccio moderno ed equilibrato va tenuta insieme l’apertura sociale e la valorizzazione del merito. Occuparsi solo del bisogno significa snaturare la funzione di un partito di governo che è efficace nel redistribuire se contribuisce a creare ricchezza».

Due partiti in uno (l’«amalgama mal riuscito» di dalemiana memoria?) che ora si trovano a scegliere tra due candidati con visioni opposte. Riusciranno a restare nella stessa casa?

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