13ESIMO COMPLEANNO

Breve fenomenologia dell'hashtag: 13 anni a cercare l'onda sui social

Da guida le conversazioni social a totem dell’infosfera digitale: com’è nato l’hashtag e come ha cambiato la nostra vita in questi tredici anni

di Marco lo Conte

Dimmi che cosa pubblichi sui social network, ti dirò se ti assumerò

Da guida le conversazioni social a totem dell’infosfera digitale: com’è nato l’hashtag e come ha cambiato la nostra vita in questi tredici anni


3' di lettura

È stata una po' come la fine dell'innocenza, il momento in cui si prendeva atto che la totale orizzontalità della comunicazione su internet andava a scapito della reperibilità dell'informazione stessa. E che, anzi, la costruzione di una leadership digitale era necessaria alla costruzione di un vero e proprio ecosistema digitale, un’infosfera in cui trovarsi e veder riconosciuta la propria identità: con buona pace delle ammirevoli intenzioni di formare una democrazia digitale non verticistica. La nascita dell'hashtag, 13 anni fa, ha impresso una svolta nella comunicazione digitale (solo pochi mesi prima Steve Jobs aveva presentato l'iphone) determinando il successo dei social network, Twitter in primis. Tutto nacque, infatti, con un tweet.

Il resto è il nostro presente quotidiano: l'hashtag unisce le nostre parole a quelle di un'onda che cerchiamo di cavalcare per sfuggire all’irrilevanza, mantenere quel po' di follower e visibilità conquistata in rete, per sentirci parte di un grande fiume, incontrare nuovi e vecchi amici e tenere a distanza chi non lo è e che non verrebbe mai a pasturare in conversazioni in cui non troverebbero confermate le proprie opinioni. Perché il tema è quello: il confirmation bias ci tiene in una comfort zone in cui non dobbiamo verificare e motivare le nostre opinioni a chi non la pensa come noi. Sovranisti con sovranisti, globalisti con globalisti.

Hashtag come guida

Ognuno nel proprio ghetto digitale in cui rifugiarsi e sentirsi parte di un evento collettivo. Ci sono thread che sarebbe imprudente frequentare da soli e gli hashtag ci aiutano a identificare quali è opportuno evitare, o quanto meno trattare con cura.

In questo l'hashtag è il monumento al centro della piazza digitale, sotto cui riunirsi nei momenti di difficoltà o in occasioni di battaglie civili e politiche. Parola di @Dio «L'hashtag #Sucate delle elezioni di Milano 2011 mi ha insegnato tutto quello che so», dice l'influencer che oltre a twittare con l'account dell'Altissimo si occupa di comunicazione digitale per alcuni tra i più importanti brand nazionali. Le ultime conferme globali arrivano da #blacklivesmatters e #iorestoacasa, che testimoniano come negli ultimi mesi gli hashtag su Twitter sono stati punto di contatto tra evento collettivo e individuale scelta, in particolare in questo difficile lockdown. Un passo oltre il flusso di tweet in occasione degli incontri di calcio che si disputano digitalmente dallo smartphone o gli spettacoli televisivi (anche se un po' in declino).

Un # d’affetto

Ma la nemesi dell'hashtag proprio nel suo compleanno è quello di indicare un personaggio che dai social è scomparso da 48 ore: Romelu Lukaklu, attaccante belga dell'Inter sconfitta venerdì sera in finale di Europa League dal Siviglia a causa di un autogol proprio dell'attaccante nerazzurro. Una sfortuna che ha indotto il bomber a un detox social dopo la delusione europea, al termine di una stagione calcistica conclusasi causa lockdown il 21 agosto; data che vede in genere le squadre tornare in campo per la nuova stagione.

Ma la circostanza ha avvicinato ancor più i tifosi a big Rom, i quali gli hanno dedicato quel #WeLoveYouRom, che proprio il 23 agosto - compleanno dell'hashtag - si è piazzato in tendenza in maniera indiscussa, segno d'affetto incondizionato per un calciatore che ha portato i supporter nerazzurri, a digiuno di successi da un decennio, a sfiorare la conquista di un trofeo continentale

Insomma, tanti auguri hashtag. Ma non si può certo dire lunga vita: non tutti sanno o fanno mente locale sul fatto che da anni non è più indispensabile apporre il cancelletto vicino alle parole chiave che pubblichiamo sui social per farci trovare, visto che gli algoritmi di tutte le piattaforme sono in grado di tracciare e rintracciare ogni singola parola pubblicata. Resta un vezzo, il calco digital che ormai condiziona in modo indissolubile non solo i nativi digitali ma anche i boomer, pronti a essere sbeffeggiati da millennial, generazione Y e X.


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