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Caiumi: «Il modello aggregativo emiliano funziona e va esteso»

Il monito del presidente di Confindustria Emilia alle vicine province: «Solo le reti territoriali e strategie di filiera permettono di anticipare il mercato» - Per gli associati 7,7 miliardi di risparmi in contributi in cinque anni

di Ilaria Vesentini

3' di lettura

Quello di Confindustria Emilia, che festeggia quest’anno i primi cinque anni di vita dell’aggregazione tra le associazioni di Bologna, Modena e Ferrara, è un modello che funziona e andrebbe esteso alle province limitrofe rimaste “solitarie”: perché permette di operare in modo rapido ed efficiente in logica di filiera – cosa impossibile ragionando su confini locali –; perché amplifica la portata di investimenti in servizi digitali, formativi e informativi alle imprese; perché consente di pesare di più con gli interlocutori istituzionali e nel contempo costa meno agli associati.

3.400 imprese associate in assemblea

Sono queste le parole che il presidente di Confindustria Emilia area Centro, Valter Caiumi, condivide all'uscita dalla prima assemblea privata in presenza, dopo due anni di Covid, con i rappresentanti delle 3.400 aziende associate (183mila dipendenti e 193 miliardi di euro di fatturato). Un messaggio rivolto indirettamente alle territoriali della via Emilia che continuano a marciare sole, come Reggio Emilia e Parma, quando in un mondo sempre più complesso «e che viaggia alla velocità della luce, lo snodo chiave diventano le reti territoriali, che riescono a fungere da connettore tra il mondo imprenditoriale, quello politico, quello scolastico e universitario e operando su filiere produttive estese riverberano a cascata ogni attività dalla grande impresa fino alla microrealtà», sottolinea Caiumi.

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L’ottimismo che resiste

Dopo aver chiuso un ottimo biennio 2020-2021, nonostante la pandemia, anche di fronte alla guerra ucraina le industrie del triangolo emiliano non perdono l'ottimismo per i prossimi mesi: «Dieci fa il terremoto – il presidente ricorda l'anniversario del sisma che il 20 e il 29 maggio 2012 ha martoriato proprio i tre territori riuniti in Confindustria Emilia, bloccando l’attività di 14mila aziende, con oltre 13 miliardi di euro di danni – poi il Covid, la crisi energetica, la guerra. Siamo e saremo sottoposti a sollecitazioni e cambiamenti costanti, di fronte ai quali abbiamo solo due alternative: o gestirli, anticipando il mercato, per andare avanti, o piangerci addosso».

Il dna emiliano

La seconda strada non è nel Dna della comunità emiliana, come ha dimostrato la ripartenza e la ricostruzione post-sisma, e la stessa Confindustria Emilia in questi anni di rivoluzione dell'organizzazione aziendale e dei flussi commerciali internazionali «ha imparato a lavorare 7 giorni su 7, in contatto costante con associati, scuole, istituzioni grazie a una accelerazione sul digitale senza precedenti, garantendo servizi e assistenza 365 giorni l’anno e un risparmio agli associati di 7,7 milioni di euro di contributi dal 2017 a oggi, significa il 20% in meno ogni anno di quote associative», rivendica Caiumi.

Rilocalizzare le fabbriche

Da soli si avanza troppo lentamente rispetto al mercato, è la sintesi del pensiero degli industriali emiliani, che storicamente hanno nelle filiere il loro asset competitivo, sinonimo di flessibilità e personalizzazione dei prodotti che i concorrenti, soprattutto nel settore metalmeccanico, non riescono a eguagliare. «Non lasciamoci sfuggire l’occasione della rilocalizzazione delle fabbriche, ora che la corsa alle delocalizzazioni low cost ha dimostrato quanto fosse miope. Un territorio come il nostro esorta Caiumi - che ha saputo mantenere un buon livello di manifattura e un altissimo livello di competenze, deve accelerare il più possibile il ritorno della maggior parte di quelle produzioni che possono tornare ad avvicinarsi al continente europeo».

Fare squadra

La piccola-media dimensione delle fabbriche è il limite del modello emiliano e di strategie di reshoring, che richiede una risposta strategica coraggiosa da parte degli imprenditori per fare squadra anche a livello societario. «L’alternativa è che sempre più la proprietà delle nostre imprese passerà nelle mani di soggetti finanziari. Sarebbe un peccato che la finanza avesse la meglio sulla nostra intraprendenza», commenta il presidente.

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