ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’annuncio a Messina

«Cari amici, questo è il mio ultimo Giro». L’addio di Nibali, ultima bandiera del ciclismo italiano

Il “campione modesto” annuncia il ritiro dalle corse nella sua Messina. Con un po’ di nostalgia ma anche una sicurezza: la sua carriera lo ha portato nel Pantheon del ciclismo

di Dario Ceccarelli

Giro d'Italia: Demare vince a Messina, Nibali annuncia il ritiro

5' di lettura

È un addio così. Un po' melanconico, un po' struggente. Quasi delicato e commovente. E perfino giustamente teatrale. Di un campione che ha dato tanto e che sa, proprio perché è un campione, che è arrivata l'ora di dargli un taglio. Di fare un passo indietro, prima che siano gli altri, con brutalità o sarcasmo, a farglielo notare.
Vincenzo Nibali, 37 anni, alla sua undicesima corsa rosa (due ne ha vinte, sei è salito sul podio), all'arrivo della tappa di Messina, davanti alla sua gente e ai suoi tifosi, dice che basta così. Che è il momento di lasciar le corse. Questo è l’ultimo Giro, questo è l’ultimo anno.

Un annuncio ufficiale, che non prevede ripensamenti, perché Vincenzo, detto lo “Squalo” per la sua capacità di attaccare, non è un tipo che gioca con gli annunci. È un corridore all'antica, di quelli cresciuti alla vecchia scuola del ciclismo, andando via di casa a 15 anni per imparare il mestiere in Toscana, dove si è fatto le ossa, imparando a vincere, certo, ma anche a soffrire. Perché questo sport, bello o brutto che sia, anche se adesso le biciclette pesano solo sei chili e mezzo, e sono dei gioielli di tecnologia, è sempre un lavoraccio pesante. Al caldo e al freddo, sotto la pioggia e la neve e con la faccia al vento e alla polvere. Un lavoraccio sporco che va rispettato. Come va rispettato il pubblico.

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L’annuncio

Che per Nibali farebbe qualsiasi cosa. Anche perdonarlo se non vince più come ai bei tempi, perché il tempo, è una ruota carogna che passa per tutti. E prima o poi ti presenta il conto. «Questo sarà il mio ultimo Giro d'Italia» dice Vincenzo davanti alle telecamere del Processo alla Tappa. «E a fine stagione chiuderà la mia carriera ciclistica», spiega con un magone che gli occhi sempre più lucidi non riescono a nascondere. «Anche oggi in Sicilia ho avuto una accoglienza fantastica. Sono emozionato perché non capita tutti i giorni di arrivare con il Giro nella propria città: ho vissuto veramente un sacco di emozioni, a volte anche folli, diciamolo».

«Sapevo che ci sarebbe stata questa occasione. Ormai è tanto che pedalo. Ho cominciato da ragazzino e aspettavo questa tappa, perché è in questa città, a Messina, che ho iniziato a correre. Quello che dovevo fare l'ho fatto. Penso di aver dato tanto a questo sport. Ed è giusto adesso che mi dedichi alla mia famiglia. Anche se spero in futuro di poter fare ancora fare qualcosa per il ciclismo», precisa Vincenzo senza alludere al fatto che mai come adesso il nostro ciclismo, senza di lui, rimane davvero orfano e mutilato. Ulteriormente impoverito. Come se si calasse l’ultima bandiera.

Diciamo la verità: in questi ultimi anni di vacche magre sapere che Nibali stava nel gruppo ci teneva su il morale. Sapevamo tutti che Vincenzo era ai tempi supplementari, però con lui la speranza era l’ultima a morire. Dài Nibali che alla lunga vieni fuori. Dài Nibali inventaci uno dei tuoi numeri. Dài Nibali che quando arrivano le montagne le suoni ancora a tutti a questi saputelli un po' arroganti che parlano solo di social e tatuaggi.

Ciclismo italiano, è ora di ricominciare daccapo

Insomma, Nibali, nell’anno zero del nostro ciclismo, è stato un comodo scaccia pensieri. Un ottimo appiglio per non guardarci allo specchio. E per dirci una verità: che facciamo schifo. E che è ora di ricominciare daccapo. Come hanno fatto gli sloveni, gli inglesi, i tedeschi, gli americani. La nuova generazione dei Pogacar, quella che ha quindici anni in meno del nostro Vincenzo. Che ora in lacrime davanti alla telecamere ci dice quello che non può dire: basta, amici, ora dovete arrangiarvi. Dovete ricominciare, ma senza di me. Non vi copro più.

Il momento della commozione

È un Nibali commosso, ma onesto e sincero, quello che si mostrato senza veli davanti alla tv. Ad un certo punto, quando gli fanno vedere alcuni immagini della sua carriera, quelle più belle, al Giro, al Tour, alla Vuelta, non riesce a trattenere le lacrime.

Butta fuori tutto il rospo, quel groviglio amaro che prende alla gola quando un campione capisce che non può più fare contento il suo pubblico. E che certi traguardi, se sei davvero onesto con te stesso, ormai ti sono preclusi. «È difficile staccarsi da questa routine» aveva detto alla vigilia del Giro, perché è parte di te, una abitudine consolidata. Smettere è complicato. Anche se ti accorgi che i sacrifici per essere competitivo aumentano di giorno in giorno. Poi le malattie: «ho avuto anche il covid, la tonsillite. Forse a vent'anni le avrei patite di meno, adesso ci ho dovuto fare i conti. C'è anche la lontananza dalla famiglia. Ogni anno mi pesa sempre di più».

Sul pezzo, per l’ultima volta

All'improvviso Nibali ha un sussulto. E si ricorda, ritiro o non ritiro, che il suo compito non è ancora finito. Che deve stare sul pezzo.
«Il Giro non è finito» dice. «C'è ancora strada da fare, tifosi da non deludere. Lunedi sull'Etna abbiamo vissuto una giornata difficile per noi e per l'Astana. Ma vedremo di inventarci qualcosa nei prossimi giorni».

54 vittorie in carriera

Nell'attesa che Vincenzo ci offra ultima magia, è inevitabile riavvolgere indietro il nastro di questi ultimi 18 anni. Ripensare alla carriera di un campione che conta 54 vittorie da professionista tra cui 2 Giri d'Italia (2013 e 2016), il Tour de France (2014) e la Vuelta (2010). Con quella sua aria un po' così, poco spavalda ma tanto seria e affidabile. Vincenzo è uno dei sette giganti ad aver vinto tutte e tre le grandi corse a tappe, cioè Giro d'Italia, Tour de France e Vuelta di Spagna. Gli altri giganti, giusto per ricordarlo, sono Anquetil, Merckx, Gimondi, Hinault, Contador e Froome.

Nel Pantheon del ciclismo

Il Pantheon del ciclismo, la galleria più nobile dei signori del ciclismo. Eppure nel 2005, quando ha cominciato alla Fassa Bortolo, Nibali sembrava un ragazzino timido e incerto, venuto da Messina, dalla Sicilia, terra non certo generosa verso uno sport come il ciclismo, da sempre più presente nel nord, tra Piemonte e Lombardia, Veneto e Toscana. A poco a poco invece, quando è cominciato il declino dei Simoni e dei Basso, il ragazzo di Messina ha cominciato a farsi avanti nonostante qualche addetto ai lavori, dopo un suo attacco dissennato in una classica del nord, gli avesse suggerito di darsi all'agricoltura. Ma poi sono arrivate le grandi vittorie, come la Vuelta e poi i due Giri d’Italia e in mezzo il Tour de France (2014), primo italiano a conquistare la maglia gialla dopo Marco Pantani.

Una goccia che scava la pietra

E qui arrivano i confronti. Sempre inevitabili quando si parla di ciclismo. Nibali non assomiglia a nessuno, forse per carattere solo a Felice Gimondi. Un campione costante, spigoloso, che non mollava mai. Di certo Pantani vinceva in modo più spettacolare, aggredendo la salita, gettando il berretto al vento. Ma Nibali, da buon siciliano chiuso, è cresciuto invece un po' alla volta. Inesorabile, come la goccia che scava la pietra. Da buon lavoratore, da serio manovale del ciclismo. Che ama la famiglia e non ha troppi grilli per la testa. Perfino un po' musone e poco ruffiano con i giornali e le tv. Mai un titolo o un proclama. Ma uno sgarbo. Mai una parola fuori posto. Eppure con questa sua eccezionale normalità ha vinto tanto. Ed è stato per quasi 20 anni la nostra bandiera. E senza essere uno specialista in niente. Altrimenti chissà cosa avrebbe combinato.


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