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Caro bollette, il governo punta a tagliare il 30% degli aumenti

Servono almeno 2-3 miliardi: dalle aste CO2 solo 750 milioni, sul resto necessaria la copertura del Mef, il decreto settimana prossima

di Celestina Dominelli e Carmine Fotina

Cingolani da' l'allarme: rischio impennata bollette del 40%

3' di lettura

Con la manovra d’urgenza il governo punta a sterilizzare quasi un terzo degli aumenti delle bollette di luce e gas in arrivo per il prossimo trimestre. È il 30% l’obiettivo che si sarebbe dato l’esecutivo al termine dei vari confronti tecnici degli ultimi giorni e del vertice che si è tenuto ieri mattina tra il premier Mario Draghi, il ministro dell’Economia Daniele Franco e il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani.

Governo a caccia di 3 miliardi

Per questa riduzione dell’impatto sui consumatori finali occorrerebbe comunque una cifra molto consistente, tra i 2 e i 3 miliardi, sulle cui coperture lavora il Mef. L’intervento non è stato esaminato dal Consiglio dei ministri di ieri e, come anticipato dal Sole 24 Ore, il varo delle misure di emergenza in Cdm è in programma per la prossima settimana, probabilmente con uno specifico decreto legge.

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Il precedente di luglio

Mitigare i forti rincari in arrivo del 30% significherebbe comunque porsi al di sotto dell’asticella che era stata invece raggiunta a luglio, quando con un’operazione da 1,2 miliardi di risorse pubbliche si era riusciti in pratica a dimezzare gli aumenti che erano previsti nell’ordine del 20 per cento.

Stavolta le stime parlano di incrementi in bolletta del 40% per la luce e di circa il 31% per il gas. Significherebbe una maggiore spesa complessiva sulla bolletta degli italiani in regime di maggior tutela di quasi 9 miliardi di euro. Per questo la parte più complicata della manovra in elaborazione è l’individuazione di risorse sufficienti ad avvicinarsi almeno a un terzo della sterilizzazione dei rincari. È dal ministero dell’Economia, questa volta, che dovrà arrivare il contributo più importante, nell’ordine di circa 2 miliardi visto che dai proventi delle aste per le emissioni di CO2 potrebbero arrivare non più di 750 milioni.

Nel mirino gli oneri di sistema

L’oggetto del taglio resta quello di luglio, cioè una riduzione una tantum degli oneri di sistema. Per la cronaca, allora circa 700 milioni erano arrivati dalle aste CO2 e 500 milioni erano stati recuperati da risorse residue sul bilancio dello Stato. Una delle ipotesi sul tavolo ora è che il Mef ricorra ad eventuali avanzi legati a tiraggi più bassi di misure presenti nei vari decreti contro l’emergenza economica prodotta dal Covid-19.

Su un piano diverso, di più lungo respiro, si posiziona la riforma strutturale della bolletta elettrica cui i tecnici dei ministeri stanno già lavorando per inserirla però a fine anno nella legge di bilancio. È in quella sede che si potranno trovare le coperture necessarie a un’operazione che potrebbe passare per la defiscalizzazione e quindi per un intervento sull’Iva, compatibilmente con le regole Ue, o più probabilmente per il trasferimento in fiscalità generale almeno di una parte degli oneri di sistema che gravano sulla bolletta, quantificati dall’Authority per l’energia, le reti e l’ambiente (Arera) in 15 miliardi nel 2020. «Bisogna ragionare su come viene costruita e calcolata la bolletta», ha detto il ministro Cingolani che è direttamente impegnato sul dossier.

La componente Asos

La voce che pesa di più nelle tasche degli italiani è rappresentata dalla cosiddetta componente “Asos” che copre soprattutto il finanziamento dello sviluppo delle rinnovabili (oltre alle agevolazioni per gli energivori e al Cip6 che premia l’energia prodotta da terzi attraverso fonti verdi, rifiuti o impianti ad alta efficienza, e ceduta alla rete elettrica nazionale). Si tratta nel complesso di 12 miliardi, di fatto l’80% di tutti gli oneri di sistema, mentre i restanti 3 miliardi sono rappresentati da altre spese, dai costi di smantellamento delle centrali nucleari ai regimi tariffari speciali per le ferrovie.

L’Arera e l’Antitrust propongono da tempo di spostare nella fiscalità generale entrambe gli esborsi che cubano circa un miliardo sui tre di tutta la componente “Arim”. Un’operazione fattibile data la dimensione, molto più complicato ovviamente immaginare di allargare la platea degli oneri che potrebbero “migrare”. Ma è sull’entità di questo perimetro che verte il confronto in seno al Governo guardando alla legge di bilancio.

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