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Caso Petrocelli, dimissioni in blocco per azzerare la commissione Esteri

La mossa delle forze politiche per far decadere il presidente dell’organismo (filo-putiniano ed espulso da M5S) che non lascia l’incarico al Senato e annuncia: «Farò ricorso alla Corte costituzionale»

Aggiornato il 5 maggio 2022 alle ore 11,30

Caso Petrocelli, Castelloni: "No forzature al regolamento, decide Casellati"

2' di lettura

Dimissioni in blocco nella commissione Esteri del Senato. Alla fine è stata messa in atto l’unica strategia possibile per far decadere dal suo incarico di presidente dell’organismo Vito Petrocelli, il senatore che con le sue posizioni filo-putiniane e contro il governo Draghi (che ha definito «interventista» per il sostegno alla guerra in Ucraina) ha messo in imbarazzo la maggioranza e il M5s, il partito di appartenenza che ha avviato le procedure per la sua espulsione (ma Petrocelli appartiene ancora al gruppo parlamentare dei Cinque Stelle). Petrocelli, infatti, non ha alcuna intenzione di lasciare la sua carica e anzi ha annunciato: «Non mi sono dimesso, non mi dimetto» e «intendo in ogni caso fare ricorso alla Corte costituzionale», per cui «sentirò il mio legale di fiducia».

Dimissioni in blocco

Così tutti i 20 componenti della commissione Esteri del Senato - escluso Petrocelli - si sono dimessi dal loro ruolo. Si tratta dei 4 senatori del M5s tra cui la vicepresidente del Senato, Paola Taverna, i 4 della Lega fra cui Matteo Salvini, i 3 componenti di Fi e altrettanti per il Pd e per il gruppo Misto, Pier Ferdinando Casini (Autonomie), Garavini (Iv), Adolfo Urso (Fdi). A dare il primo segnale erano stati martedì 3 maggio gli esponenti del Pd che avevano rimesso il proprio mandato nelle mani della capogruppo Simona Malpezzi. Il giorno successivo su indicazione del leader di M5S Giuseppe Conte si sono dimessi tutti i quattro senatori del M5s che fanno parte della commissione Esteri. Compreso Alberto Airola che sembrava contrario (era l’unico presente alla seduta di mercoledì 4 maggio, oltre al presidente Petrocelli). Lettere di dimissioni anche da parte dei leghisti, compreso il elader Matteo Salvini. Dimissionario anche Adolfo Urso, unico esponente di Fratelli d’Italia, forza che non sostiene il governo.

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Solo Dessì resta in carica (oltre a Petrocelli)

A non dimettersi è solo Emanuele Dessì, senatore, ex M5S, uscito dal movimento perché in disaccordo con il sostegno al governo Draghi e ora nel gruppo Misto con il Partito comunista. «Non mi sono dimesso, non mi dimetterò mai dalla Commissione per fare un piacere al governo dei peggiori, quello di Draghi» ha detto. Precisando però che aspetta «ancora di esser inserito ufficialmente» in quest’organo. Il capogruppo di Cal-Pc-Idv lo ha assegnato alla commissione solo il 4 maggio.

Verso l’azzeramento della commissione

Ora l’iter prevede un intervento della conferenza dei capigruppo e poi la questione passerebbe di nuovo al vaglio della Giunta del regolamento. L’individuazione di un percorso possibile era arrivata martedì 3 maggio proprio alla fine di una lunga capigruppo e di una successiva riunione della Giunta del regolamento. Per poter intervenire, si era lasciato intendere al termine della Giunta, servono fatti concreti. Ed è maturato così l’accordo per cavalcare le dimissioni in blocco della commissione. Una volta formalizzate le dimissioni di tutti i senatori della commissione, i presidenti dei gruppi dovranno dichiarare l’intento di non sostituirli con colleghi di partito. A questo punto la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e la Giunta per il regolamento, farebbero scattare lo scioglimento della commissione stessa per l’impossibilità di poter continuare a svolgere i suoi compiti, in un momento così delicato determinato dalla guerra in Ucraina. Subito dopo si procederà alla ricomposizione con la nomina di un nuovo presidente.

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