ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùAlla scoperta di Los Angeles

Charles Bukowski, amare gli angeli, inseguire i demoni

A caccia della poesia nei bassifondi, sulle tracce dello scrittore nell’unico posto dove ha mai voluto vivere

di Maria Luisa Colledani

(Afp)

4' di lettura

Per succhiare nel profondo l’anima della Città degli Angeli bisogna innanzitutto essere angeli - del bene o del male - sceglietelo voi. Non ci sono templi del turismo a Los Angeles, ma strade e case, orizzonti oceanici e gente innamorata come Charles Bukowski: «Amo questa città. Be’, non è proprio che l’amo, ma è l’unico posto in cui ho mai voluto vivere. Non potrei scrivere da nessun’altra parte. Spero di morire qui». E perché mai se non c’è nulla? Perché il vuoto contiene il tutto: «è comprensibile che una città di automobili, freeways e gas di scarico, in cui non c’è niente di significativo da vedere, non piaccia a tutti. A me, però, piace. Molto». Per questo, lo scrittore e giornalista Enrico Franceschini si mette sulle tracce del poeta in una delle città che più ama per un libro, A Los Angeles con Charles Bukowski, che è poesia e geografia, che è l’America profonda, povera ed emarginata. Che è l’anima - un pochino - di ognuno di noi, laddove finisce l’angelo e inizia il demone.

Alla ricerca della vera poesia

Franceschini fotografa così quel cuore nero e luminoso, allo stesso tempo: «Bukowski non è un ubriacone che scrive, è uno scrittore che si ubriaca. Non è un poeta “sporcaccione”, di sporco non ha proprio niente: si limita a cercare la poesia nei bassifondi, tra puttane e miserabili, piuttosto che nei salotti letterari, dove in effetti ce n’è ben poca meritevole di essere tramandata ai posteri». Negli angoli degli ultimi, nelle strade si accende la poesia, come scrive lo stesso Bukowski: «Sono andato sulla strada non come Kerouac per fare un’esperienza appagante, sono andato sulla strada perché non c’era altro posto in cui andare. Ho continuato a muovermi perché dovunque andavo tutto era brutto. Volevo solo trovare una stanza da qualche parte, una bottiglia di vino e sbronzarmi».

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Si ubriaca e scrive, si perde e si ritrova: nel 1960 esce il primo libro, una raccolta dei suoi versi; nel 1971 Post Office, nel 1972 Erezioni, esibizioni e altre storie di ordinaria follia. Quando muore di leucemia, nel 1994, a 73 anni, ha scritto sette romanzi e sessanta altri titoli di racconti e poesie, più un numero di inediti così ampio che, trent’anni dopo, continuano a uscire suoi scritti. In tanti, da Raymond Chandler a James Ellroy, da Roman Polański (Chinatown) a Damien Chazelle (La La Land) hanno cercato le radici di Los Angeles ma Bukowski è una chiave a stella per aprire la città: «Seguendo i suoi itinerari e le sue passioni possiamo imparare cosa si nasconde dietro Sunset Boulevard e i canyon di Mulholland Drive, le spiagge hippie di Venice e quelle vip di Malibù, il labirinto delle highways perennemente intasate di traffico e il cimitero dei divi della celluloide, l’ippodromo di Santa Anita e i quartieri in cui vissero gli scrittori da lui più amati, la Bunker Hill di John Fante, la Pacific Palisades di Henry Miller».

I luoghi dell’autore: Sunset Boulevard, spiagge e ippodromi

Bukowski vive fra camere e case in affitto, va a zonzo per strade e autostrade, perché perdersi è l’unica cosa che lo fa sentire ebbro di vita. I suoi indirizzi a Los Angeles sono decine; quando la fama di scrittore ubriacone diventa dollari sonanti di diritti d’autore, ha una casa vera, una donna fissa, mangia spesso a Grand Central Market, mercato alimentare di fast food e ristoranti lungo Sunset Boulevard. E poi ci sono le spiagge, Santa Monica, Venice, Malibù dove Bukowski rimane folgorato da Ask the Dust di John Fante, tanto da farlo conoscere e considerarlo «un Dio che gli salvò la vita». Ma soprattutto in spiaggia, Bukowski medita sui destini umani: «E là sotto l’oceano i pesci, i poveri pesci combattono per la vita, si mangiano a vicenda. Noi siamo come quei pesci, solo che siamo quassù. Una mossa sbagliata ed è finita». Ma lo scrittore della Beat Generation, fra neri, operai, prostitute e gente dei bassifondi, un suo personale equilibrio lo sa tenere, come quel giorno dell’agosto 1979, quando alla sua porta di San Pedro si presentano tre amici italiani in giro per gli Usa. Uno è l’autore di questo libro (che condivide il privilegio dell’incontro con Fernanda Pivano e Silvia Bizio) e l’accoglienza è alla Bukowski, nudo tranne che per un paio di mutande: «Prima di entrare, però, perché non andate a comprare qualche birra? Sono rimasto a secco».

«Don’t try»

Il libro corre pieno di vita, Full of Life per dirla alla John Fante, fra ippodromi e birre, storie underground e scrittura baciata dalla grazia, per concludersi sulla tomba di Hank, al Green Hills Memorial Park. Oltre alle date di una vita (1920-1994), c’è scritto «Don’t try», come in una lettera del vecchio Buk. Non provare disperatamente a fare qualcosa. Fallo, ci implora Bukowski. Dall’amare allo sporcarsi le mani, dallo scrivere una poesia al correre. Anche nei bassifondi, dove l’adrenalina scortica la pelle ma ti fa sentire vivo per sempre.

A Los Angeles con Bukowski. Birre, sesso e cavalli

Enrico Franceschini

Giulio Perrone, pagg. 168, € 15

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