berline di altissima gamma

Con la «Deauville» Alejandro De Tomaso sfidava Maserati e Mercedes

Oggi vale tra i cinquanta e i sessantamila euro per un esemplare in ottime condizioni e la tendenza, pur senza strappi, verrà consolidata

di Vittorio Falzoni Gallerani

3' di lettura

Sul finire del 1970 Alejandro De Tomaso era sulla cresta dell'onda; da poco aveva presentato la Pantera: una quasi supercar che da sempre rappresenta, nell'immaginario di tutti gli appassionati, l'azienda che ha portato il suo nome; abbiamo detto quasi poiché il suo motore Ford da 5,7 litri, sugli esemplari di serie, non è mai stato messo in grado di sviluppare le prestazioni attese; non che la Pantera fosse lenta in assoluto ma con cotanta linea le aspettative dei suoi acquirenti si posizionavano ad un livello decisamente più alto.

In ogni caso la macchina si vendeva bene e così, al Salone di Torino di quell'anno, De Tomaso decise di entrare nel mercato delle berline di altissima gamma che, tra i costruttori italiani, era allora presidiato dalla sola Maserati Quattroporte ormai sul mercato da sette anni ed in procinto di andare in pensione; questa volta, trattandosi di una berlina, i trecento cavalli (SAE) offerti dallo stesso motore della Pantera ma montato ovviamente davanti, erano più che sufficienti per prestazioni di primo piano.

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Al punto che lo stesso De Tomaso, nel corso dell'anteprima della vettura riservata alla stampa a Modena, tentò di contrabbandare di essere appena arrivato da Roma in un paio d'ore mostrando gli scontrini autostradali: la Deauville, insomma, avrebbe marciato ad oltre duecento all'ora di media.

Fu chiaramente uno dei suoi tipici giochi di prestigio poiché, anche se la berlina era accreditata per i duecentotrenta all'ora, era sicuramente impensabile anche allora percorrere a tavoletta il tratto Roma - Bologna pur tenendo conto delle capacità di guida di De Tomaso, certamente superiori alla media, e delle sospensioni indipendenti della Deauville che avevano ricevuto il benestare di Giampaolo Dallara.

Quella che non era stata necessaria invece, nonostante la robusta sete del V8 Ford presente sotto al cofano, fu la sosta per il rifornimento dati i centoventi litri di carburante, certamente sufficienti per i circa quattrocento chilometri del percorso, imbarcabili nei suoi due serbatoi posti ai lati del bagagliaio come nella Jaguar XJ6, auto cui la Deauville si ispirava molto.

Essa infatti appare come il prodotto di uno dei rari ma ricorrenti (qualcuno ricorda la Rayton Fissore Magnum?) momenti di civetteria di Tom Tjaarda durante i quali egli si compiace di abbandonarsi a vere proprie imitazioni per cui su questa auto l'impostazione stilistica generale, in particolare il muso e l'andamento dei parafanghi, appare una copia ben eseguita della berlina inglese: questa è, sia ben chiaro, un'osservazione e non una critica poiché ispirarsi, anche smaccatamente, ad una linea meravigliosa non può essere mai considerato un difetto.

Dove si procede con molto maggiore personalità è invece nelle finiture degli interni che, pur mantenendo livelli di lusso ed accoglienza similari, ma anche questo è solo un pregio, si presenta come uno dei migliori esempi di lusso all'italiana, e cioè con ben pochi rivali per quel che riguarda i materiali ed il gusto nell'accostarli l'uno all'altro. Una vettura, insomma, che tutto sommato avrebbe anche potuto giustificare il suo faraonico prezzo di L. 6.500.000 nel 1971, contro i 5.575.000 della già cara Mercedes Benz 350 SE, a patto però che la dotazione con la quale essa veniva normalmente consegnata ai clienti fosse stata compresa in esso; mentre invece, con un'abitudine odiosa quanto diffusa in quegli anni, venivano conteggiati a parte accessori presenti di serie anche su auto molto meno esclusive quali il servosterzo, il lunotto termico, gli alzacristalli elettrici ed il condizionatore d'aria.

Per averne una come si deve occorreva quindi mettere in preventivo oltre otto milioni di Lire, una cifra che la metteva in concorrenza diretta con la Mercedes Benz 300 SEL 6,3: una cliente con la quale, grazie principalmente al Casato di provenienza, competere sarebbe stato difficilissimo per chiunque.

Non ci si può stupire quindi se le DeTomaso Deauville vendute, compresa quella corazzata per la Polizia, non raggiunsero le duecentocinquanta unità nei diciassette anni (1971-1988) in cui rimase in produzione attraverso due serie, la seconda delle quali, introdotta nel 1980, è riconoscibile per i paraurti più protettivi integrati da cantonali in plastica nera. Non sappiamo quante ne siano sopravvissute, ma non ci stupiremmo ci fossero ancora tutte poiché l'auto è sempre stata apprezzata dagli intenditori e, pur avendo attraversato anche lei il suo bravo periodo di eclissi, già da alcuni anni vede il suo valore in aumento.

Oggi siamo tra i cinquanta ed i sessantamila euro per un esemplare in ottime condizioni e noi crediamo che la tendenza, pur senza strappi, verrà consolidata. I collezionisti di berline esistono e spesso sono tra i più raffinati buongustai delle quattro ruote; per costoro il possesso di una DeTomaso Deauville crediamo che prima o poi sia irrinunciabile.

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