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Con le dimissioni di Zingaretti finisce l’era del governo Conte 2

Dalla reazioni dei big del partito sembra che la strada, nell'immediato, sia una riconferma della leadership di Zingaretti da parte del parlamentino di metà marzo. Ma restano sul tavolo i temi posti sul tavolo dalla minoranza

di Emilia Patta

L’addio di Zingaretti, nel Pd anni di liti e scissioni

2' di lettura

La decisione di Nicola Zingaretti di rassegnare le dimissioni da segretario del Pd è giunta inaspettata per i suoi compagni di partito, sia per la minoranza di Base riformista che fa riferimento al ministro della Difesa Lorenzo Guerini sia per i suoi più stretti collaboratori. Ma il segno che con il governo Draghi è finita un'era politica è che la notizia, giunta proprio mentre il Consiglio dei ministri era riunito, non è stata commentata dai rappresentanti dei partiti al governo né dallo stesso premier. «A dire il vero non ho visto particolare tensione», rivela uno dei partecipanti.

Solo qualche settimana fa, con Giuseppe Conte ancora seduto sulla poltrona di Palazzo Chigi, le dimissioni del segretario del Pd avrebbero aperto una crisi di governo. La verità è che la centralità che avevano nel Conte 2 sia il Pd sia il M5s, che resta tuttora primo gruppo in Parlamento nonostante le oltre quaranta espulsioni di coloro che non hanno votato la fiducia al governo Draghi, è stata soppiantata da una fotografia allargata che vede al centro la Lega di Matteo Salvini con l'alleata Forza Italia.In fondo quello che gli oppositori interni rimproverano a Zingaretti è di non avere visto l'obiettivo passare dallo zoom al grandangolo e di aver insistito nel portare avanti il piccolo perimetro dell'alleanza con il M5s e con la sinistra di Leu, senza più Italia Viva di Matteo Renzi al quale è stato addebitato il complotto contro il Conte 2, mentre il mondo politico già si stava muovendo in altra direzione.

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Quale, tuttavia, è ancora da capire. Ma non è un caso che la fine dell'esperienza governativa giallo-rossa abbia fatto piombare in pochi giorni nel caos i suoi due pilastri: nelle stesse ore in cui Zingaretti meditava la sua mossa, un M5s fresco di espulsioni e in vista della presa della leadership da parte di Conte assisteva a una “scissione” di rilievo: quella del figlio del cofondatore Gianroberto Casaleggio, Davide, che attraverso l'associazione Rousseau presenterà nei prossimi giorni un “Manifesto controvento” che assomiglia tanto al programma di un nuovo soggetto politico anti-contiano.

Tornando al Pd, è presto per disegnare lo scenario che si configurerà dopo l'assemblea nazionale già convocata per il 13 e 14 marzo: dalla reazioni dei big del partito (dal capodelegazione al governo Dario Franceschini a Luigi Zanda, dal capogruppo alla Camera Graziano Delrio fino al vicesegretario e neo-ministro del Lavoro Andrea Orlando) sembra che la strada, nell'immediato, sia una riconferma della leadership di Zingaretti da parte del parlamentino di metà marzo: una reinvestitura piena che per qualche settimana potrà mettere a tacere le critiche. Ma i temi posti sul tavolo dalla minoranza restano tutti: quale futuro per un partito che nell'era draghiana non può più contare solo sulla vocazione “europeista” per riproporsi come forza di governo alle prossime elezioni, quale idea di Paese per i prossimi anni e quali alleanze che vadano oltre l'abbraccio con il M5s (o quel che ne rimane) guidato da Conte, visto la somma è sempre sotto il 40 per cento.

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