ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl vertice di Glasgow

Cop26, compromesso sul clima per salvare l’accordo di Parigi

Negoziati prolungati a sabato 13 per trovare un compromesso. Approvate anche le regole che aprono la strada alla creazione di un mercato globale del carbonio

dal nostro inviato Gianluca Di Donfrancesco

Aggiornato il 13 novembre, alle 23:52

Cop26, il presidente Sharma quasi in lacrime: "Fondamentale proteggere il pacchetto"

4' di lettura

Al ribasso, per molti versi, l’intesa sulla Cop26 di Glasgow è arrivata. L’ha annunciata per primo il capo della delegazione cinese, Xie Zhenhua: «Abbiamo un accordo», ha detto poco prima della plenaria conclusiva, nella tarda serata del 13 novembre. C’è anche un nome: «Glasgow Climate Pact». Approvato un set di regole che aprono la strada al mercato globale delle emissioni di CO2, un capitolo chiave dell’Accordo di Parigi. Ai grandi inquinatori si chiede di presentare impegni più forti di riduzione dei gas serra entro la fine del 2022. Forte la delusione per il mancato risultato sugli aiuti ai Paesi a basso reddito.

«Credo che il testo presentato risponda alle aspettative che gli Stati hanno rappresentato qui a Glasgow in modo equilibrato. Il testo riflette il compromesso di tutti. Il mondo guarda a noi, vuole un accordo qui. La mia intenzione è finire questa Cop oggi». Così il presidente della Conferenza a guida britannica Alok Sharma, nella plenaria informale del pomeriggio tra i quasi 200 Paesi coinvolti nei negoziati dal 31 ottobre. L’intesa sulla cover decision alla fine lascia però l’amaro in bocca quasi a tutti. Le discussioni hanno fatto slittare la chiusura della Cop26, prevista per venerdì 12. Partire da Glasgow senza un qualche accordo non era un’opzione, a costo di ingoiare parecchi bocconi amari.

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L’India la spunta sul carbone

L’India ha difeso carbone e sussidi ai combustibili inquinanti e, sostenuta dalla Cina, ha spuntato in extremis un ulteriore depotenziamento del passaggio sulla più sporca delle fonti fossili: da graduale «abbandono» del carbone, si passa a graduale «riduzione». Si è attirata un coro di critiche, soprattutto dalla Ue. I Paesi in via di sviluppo hanno «diritto all’uso responsabile dei combustibili fossili», ha detto il ministro dell’Ambiente, Bhupender Yadav. «Non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche» da abbandonare o potenziare, ha sottolineato Yadav.

Un’obiezione di metodo: il processo Cop a rigore fissa i target, tocca poi agli Stati fare le loro scelte nazionali, con impegni misurabili e verificabili. Come la Cina, l’India dipende in modo pesante dal carbone per la propria generazione di elettricità. A Glasgow, il premier Narendra Modi, si è impegnato ad azzerare le emissioni nette di CO2, ma solo entro il 2070. Ha anche ribadito l’impegno a incrementare in modo consistente il ricorso alle rinnovabili. Sui sussidi si è opposto anche l’Iran.

L’appello di Timmermans e Kerry

Il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, in un intervento accorato nella plenaria informale del pomeriggio, ha ribadito con energia la necessità di rispettare l’obiettivo 1,5 gradi, come soglia massima di aumento delle temperature del pianeta a fine secolo. È il traguardo “politico” minimo per una Cop: ribadire le disposizioni dell’Accordo di Parigi del 2015. «Per l’amor del cielo, vi imploro, adottate questo testo, fatelo per i nostri figli, non ci perdoneranno se falliamo oggi», ha affermato, sommerso dagli applausi della plenaria.

Anche l’inviato speciale Usa per il clima, John Kerry, ha difeso i risultati delle trattative. Kerry si è molto speso a Glasgow ed è riuscito a gettare un ponte insperato nei confronti della Cina, con la dichiarazione congiunta siglata il 10 novembre. A Glasgow, ha detto, «stiamo facendo un passo nella giusta direzione». Più tardi, in conferenza stampa, Kerry ha alzato i toni: «L’accordo mostra un aggressivo aumento delle ambizioni, è molto significativo».

Delusione sugli aiuti

Ci sono poi i capitoli, le decisioni specifiche, che dovrebbero far fare passi avanti sull’applicazione dell’Accordo di Parigi, dalla borsa mondiale delle emissioni di CO2 al sistema di monitoraggio e implementazione dei target climatici, alla finanza per il clima.

Uno dei dossier più delicati, anche in prospettiva, è quello degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, per finanziare la transizione energetica e per coprire i danni già causati dal climate change. Non si è riusciti a centrare l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari l’anno da mobilitare a favore dei Paesi a basso reddito. Una promessa fatta nel 2009 e scaduta nel 2020. Il patto di Glasgow esorta a raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2025. Si vedrà. Forte la delusione della Ue, che su questo punto si è spesa molto.

Il patto per il clima di Glasgow non riesce invece a garantire l’istituzione di un nuovo fondo per “riparare” i danni già causati dal climate change alle nazioni vulnerabili.

La borsa della CO2

Il passo avanti significativo c’è sul mercato globale delle emissioni di CO2, con regole che fanno avanzare lo stato di implementazione dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Si tratta di consentire ai Paesi di raggiungere, in parte, i loro obiettivi climatici acquistando quote di emissioni da Stati virtuosi. Il rovescio della medaglia è che regole troppo flessibili possono offrire scappatoie e compromettere i target climatici.

Trattative a oltranza e compromessi

Sharma (e Londra, presidente della Cop) sperava in una plenaria informale snella, per aggiornare i lavori e provare a chiudere l’intero pacchetto sabato 13. Ma i delegati non hanno rinunciato a far sentire la propria voce, con una lunga serie di interventi, spesso dichiarazioni di principio.

In molti hanno sottolineato le lacune nei testi, dichiarandosi comunque pronti ad accettare un compromesso. «Sosteniamo il testo in spirito di compromesso. Non è perfetto, ma può funzionare», ha detto, tra gli altri, il rappresentante del Brasile. Sulla stessa linea, il gruppo dei Paesi meno sviluppati (Ldc), rappresentato dal Bhutan: «Il testo non è equilibrato, ma comprendiamo che non si può accontentare tutti. Non è il tempo di rinchiuderci nelle nostre differenze, è il tempo dell’unità, di adottare questo testo che affronta la crisi climatica».

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