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«Copilot», un'anomala storia d'amore scuote la Berlinale

All'interno della sezione Panorama ha trovato spazio il toccante film di Anne Zohra Berrached. Nel gruppo di Encounters, invece, il nuovo lavoro di Denis Côté «Hygiène Sociale»

di Andrea Chimento

2' di lettura

Il Festival di Berlino è da sempre una manifestazione di scoperta, dove spesso le sorprese più belle si trovano nelle sezioni collaterali: è il caso di «Copilot» di Anne Zohra Berrached, uno dei titoli più interessanti visti in questi primi giorni della kermesse.

Presentato all'interno di Panorama, il film racconta la storia d'amore tra Asli e Saeed: i due si incontrano nella Germania multietnica degli anni Novanta, la passione è travolgente tanto da spingerli a sposarsi segretamente. I due promettono di stare sempre insieme, ma il destino avrà in serbo qualcosa di diverso.Cinque anni dopo «24 Weeks» (un dramma incentrato sul tema della maternità), Anne Zohra Berrached torna alla Berlinale con un altro lungometraggio capace di scuotere, forte di una tenuta narrativa superiore ai suoi lavori precedenti.

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La carne al fuoco è moltissima ma, fatta eccezione per qualche passaggio troppo confusionario, la regista tedesca riesce a dosare bene gli ingredienti a disposizione: il film non è soltanto una storia d'amore, ma una riflessione sulle differenze culturali, etniche e religiose e su come queste possano influenzare qualunque relazione.

Dal dramma individuale a quello collettivo

La vera particolarità che rende «Copilot» un lungometraggio davvero toccante è la capacità del film di trattare un dramma individuale come metafora di un dramma collettivo molto più ampio, che cambierà il mondo intero. Aperto da una suggestiva sequenza di “volo”, il film utilizza anche questa simbologia per parlare dell'amore, sintetizzando nel corso della narrazione cinque anni di una storia che vive di cambiamenti improvvisi, viaggi, avvicinamenti e allontanamenti.Si percepisce presto come questa relazione sia instabile, senza però immaginare quello che accadrà in una parte conclusiva che non può lasciare indifferenti.Nonostante qualche passaggio un po' acerbo, colpisce soprattutto nella prima parte la freschezza della messinscena della regista, ma il merito va anche ai due attori principali Canan Kir e Roger Azar, entrambi intensi e credibili in due ruoli tutt'altro che semplici.

Hygiène Sociale

All'interno della sezione Encounters ha invece trovato spazio il nuovo film di Denis Côté, «Hygiène Sociale».Beniamino del mondo dei festival, il regista canadese torna per l'ennesima volta in cartellone alla Berlinale, kermesse in cui in passato ha presentato alcuni dei suoi lavori migliori, da «Vic + Flo Saw a Bear» a «Ghost Town Anthology».L'impianto simbolico e originale della maggior parte dei suoi film precedenti si ritrova anche in questa operazione dai tratti sperimentali, in cui il protagonista è un affascinante ladruncolo che si trova a confrontarsi con cinque donne importanti della sua vita.

Attraverso una serie di piani-sequenza statici, in cui avvengono le varie conversazioni tra il protagonista e le donne che gli sono accanto una dopo l'altra, si sviluppa una (anti)narrazione relativa alle relazioni umane e, in particolare, al rapporto tra l'individuo e la società.La particolarità del prodotto è ancora una volta apprezzabile, ma allo stesso tempo la sensazione è quella di un esercizio di stile un po' sterile e fine a se stesso, che probabilmente ha coinvolto e divertito più il suo regista del pubblico che lo guarderà. Da segnalare che l'attore principale è Maxim Gaudette, interprete di alcuni film di Denis Villeneuve come «Polytechnique» e «La donna che canta».


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