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Covid-19 e divario salariale di genere: due i motivi principali

Le donne si sono trovate di fronte ad una doppia penalizzazione: diretta nei settori essenziali, indiretta in quelli “congelati” dalla quarantena

di Chiara Mussida *

(REUTERS)

4' di lettura

Il tema del divario salariale di genere ha una risonanza mondiale (già prima della crisi Covid-19): tutti i Paesi, sia in via di sviluppo che sviluppati si sono dovuti attivare per fronteggiare il problema. Alcuni con successo sono riusciti a ridurre il divario tra uomini e donne, altri si trovano ancora con percentuali molto rilevanti. Per quanto concerne l'Italia la statistica è pari a circa 6 punti percentuali (dato 2019, 5.5). Verrebbe spontaneo pensare che nel nostro Paese il divario sia relativamente basso, e che quindi le policy implementate siano state efficaci.

Occorre considerare che in Italia si verifica una selezione positiva delle donne nel mercato del lavoro, vale a dire che la maggior parte delle donne che partecipano attivamente al mercato del lavoro sono mediamente le più istruite. Se quindi considerassimo anche le donne che non partecipano poiché non istruite o con un livello di istruzione medio/basso (e che quindi percepirebbero retribuzioni basse), vedremmo un gap significativamente più alto. Quindi, il dato sintetico sottende una realtà molto complessa, e preclude ottimismo.

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La causa principale del gender wage gap è da ricondurre al peso del lavoro di cura (non retribuito) di figli, anziani non autosufficienti, disabili, che grava sulle spalle delle donne e che è assolutamente sproporzionato fra i generi. Il 65% delle donne fra i 25 e i 49, con figli piccoli fino ai 5 anni, non sono disponibili a lavorare per motivi legati a maternità e lavoro di cura. Tale divario si è aggravato a seguito della crisi Covid-19, che ha esacerbato il peso del lavoro di cura non retribuito a discapito del lavoro retribuito di mercato.

Occorre precisare che nonostante il virus abbia colpito di più la popolazione maschile in termini di mortalità in tutti i Paesi, se si considerano i contagi e si disaggregano i dati per classi d’età, la proporzione s'inverte. In Italia fra le donne adulte (20-50 anni) le diagnosi di Covid-19 sono state di circa 10 punti superiori rispetto agli uomini. In termini di indicatori del mercato del lavoro, a livello globale le donne hanno subito incrementi nell’incidenza della disoccupazione, sospensione dal lavoro e riduzioni di reddito.

La maggior penalizzazione da Covid-19 delle donne è da ricondurre ad almeno due ordini di motivi. Da un lato, molti dei settori essenziali in cui si è continuato a lavorare offline, vale a dire sanità e servizi sociali, vendite al dettaglio, call center, attività di pulizia, sono a prevalenza femminile. Dall’altro, le donne sono più presenti nei settori non essenziali fermati dal lockdown che ora affrontano una contrazione drammatica, quali turismo, ristorazione e, in generale, servizi.

Le donne si sono dunque trovate di fronte ad una doppia penalizzazione: diretta nei settori essenziali, ove hanno subito più degli uomini le conseguenze del contagio; indiretta nei settori congelati dalla quarantena, dove sono state e sono più esposte al rischio di penalizzazioni retributive se non di licenziamento (da ricordare la scadenza per lo stop al blocco dei licenziamenti).A questo si aggiunge il sovraccarico che ha contraddistinto le settimane di blocco, nelle quali le donne hanno pagato il prezzo più alto nella sfera delle relazioni personali.

Da un lato, la convivenza forzata ha aumentato i casi di violenza domestica; dall’altro, la chiusura delle scuole e la distanza imposta dei nonni hanno accresciuto gli oneri di cura e istruzione dei figli, persistentemente e prevalentemente gravanti su spalle femminili. Quali prospettive? A dispetto dei progressi (lenti e non omogenei) degli ultimi due decenni, l’agenda di genere è destinata a scontrarsi di continuo con ostacoli imprevisti o di natura nuova. Si tratta di vedere come il governo italiano tradurrà in pratica l'esigenza di ridurre il carico di lavoro non retribuito femminile mediante, ad esempio, lo sviluppo di servizi per l'infanzia.

Il Recovery Fund (con circa 28 miliardi per inclusione e coesione) è un'occasione per colmare un divario sul lavoro che è ancora molto elevato tra i generi: il tasso di occupazione femminile in Italia nel 2019 è stato pari al 50,1%, il 17,9% in meno rispetto a quello maschile. Non va meglio sul fronte salariale, le donne nella Ue guadagnano in media il 16% in meno rispetto agli uomini e continuano a incontrare ostacoli all’accesso e alla permanenza nel mercato del lavoro. Su questo i fondi di emergenza del Recovery Fund non possono essere d’aiuto.

Quindi la parità di genere è un principio fondamentale dell’Unione europea ancora distante dalla realtà, soprattutto a seguito della pandemia. Occorre sensibilizzare maggiormente le istituzioni e l’opinione pubblica, poiché una maggiore partecipazione attiva delle donne (al mercato del lavoro, ma anche società nel suo complesso) costituisce una leva fondamentale per la crescita economica. Gli effetti stimati sulla crescita del Pil di lungo periodo oscillano infatti fra il 3 ed il 15%.

* Docente di docente di Politica economica all'Università Cattolica del Sacro Cuore

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