Interventi

Criptovalute, il grande gioco che divide Washington e Pechino

La banca centrale cinese sembra voler rallentare libra per creare un competitor

di Domenico Lombardi


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(Reuters)

4' di lettura

La pressione dei regolatori su Libra – la valuta virtuale che Facebook intende introdurre entro il prossimo anno – si va intensificando. Lo scorso 16 settembre a Basilea, i rappresentanti delle maggiori banche centrali del mondo hanno incontrato gli esponenti del consorzio di Libra per approfondire le criticità della proposta. La strada rimane, come nelle attese, in salita dopo che le autorità europee e americane, pur con accenti diversi, hanno espresso una posizione molto critica in numerose sedi. Negli Stati Uniti, poi, l’opposizione all’iniziativa sembra essere l’unico punto su cui si registra una convergenza tra democratici e repubblicani, passando per la Casa Bianca: gli esponenti democratici al Congresso intendono proporre una moratoria sul progetto mentre il presidente Trump è già intervenuto contro l’iniziativa.

Che la proposta desti perplessità è comprensibile. I promotori del progetto hanno annunciato Libra quando ci sono ancora molti, troppi, aspetti da chiarire: a cominciare dalla governance dell’iniziativa, in mano a giganti del settore privato con regole e dinamiche in larga parte ancora ignote. Ma l’aspetto più dirompente è quello di introdurre un asset che si avvicina a una moneta globale, pur virtuale, in grado di connettere più di due miliardi di utenti con un clic senza praticamente alcun costo di transazione bypassando il sistema bancario tradizionale.

Dal canto suo, il consorzio – nonostante qualche raffreddamento tra i suoi membri fondatori – sta proseguendo nella creazione dell’ecosistema digitale che dovrebbe portare all’introduzione della moneta virtuale già nel prossimo anno. Lo sanno bene a Pechino, le cui autorità monetarie hanno accelerato i piani per la creazione di una loro moneta digitale, sulla scia di un lento ma progressivo cambio di sensibilità verso il mondo delle criptovalute: fino a ieri di ferma chiusura, temendone la capacità di indebolire il controllo sulle masse monetarie e di facilitare evasione fiscale e riciclaggio, oggi più pragmatico intravedendo nella blockchain modalità inedite di censire e, quindi, controllare masse enormi di utilizzatori proprio grazie alla potenziale trasparenza che ne caratterizza l’architettura.

In altri termini, la banca centrale cinese sta adottando una strategia articolata che, da un lato, punta a ostacolare la creazione di Libra facendo apparentemente quadrato con le istituzioni euro-americane o, più realisticamente, a ritardarla per guadagnare tempo sul proprio progetto di valuta digitale. E, qualora non riuscisse nell’intento di ostacolarla in modo efficace, la PBoC propone un’iniziativa internazionale per regolare Libra o, meglio, creare una sua concorrente – una valuta digitale mondiale, magari garantita dal paniere di divise, di cui lo yuan è parte insieme all’euro e al dollaro, che formano i Diritti speciali di prelievo, un’attività di riserva del Fondo monetario internazionale, Fondo che proprio la PBoC chiama direttamente in causa.

L’asimmetria con le posizioni euro-americane è evidente, tanto più che rischia di ingrandire una falla nella strategia che sin dall’inizio l’amministrazione Trump ha perseguito contro la Cina.

L’enorme attenzione mediatica riservata alle politiche tariffarie dell’amministrazione Trump, favorita dalla retorica utilizzata dalla stessa Casa Bianca, ha portato a ritenere che l’obiettivo dell’amministrazione nel confronto economico e commerciale con la Cina tenda a esaurirsi con il riequilibrio del saldo commerciale bilaterale. In realtà, il vero obiettivo è contrastare la politica industriale cinese che punta alla dominanza sui settori a elevata tecnologia entro il 2025. Se Pechino consegue gli obiettivi programmatici della sua politica industriale, la dominanza tecnologica che ne scaturirebbe la renderebbe leader incontrastata nei mercati mondiali, attaccando le stesse fondamenta della supremazia economica americana. Non è un caso che le misure sanzionatorie identificate dall’amministrazione di Washington riguardino proprio i settori identificati come prioritari nella politica industriale cinese, che vanno dalla robotica all’industria aerospaziale, dalle biotecnologie alle energie rinnovabili, tutti miranti, appunto, a modernizzare la sua infrastruttura tecnologica.

Fra i settori in cui la Cina risulta già molto avanzata, invece, vi è quello dei pagamenti mobili e della tecnologia applicata all’erogazione dei servizi finanziari o fintech. Nel giro di pochi anni, il consumatore cinese è passato dal contante a forme di pagamento via cellulare: i giganti del settore come WePay e Alipay hanno già costruito degli ecosistemi fintech articolati. Queste aziende sono riuscite a crescere acquisendo l’ampia clientela ancora ai margini del settore bancario regolamentato, creando un mercato di massa con oltre un miliardo di clienti, ma chiuso. È inaccessibile alle grandi aziende tech dell’Occidente e i player cinesi non sono ancora riusciti a esportare il loro ecosistema al di fuori della Grande Muraglia, ma hanno la scala per poterlo fare.

Proprio per questo è importante che laddove ci siano aspetti da regolamentare – e, nel caso, di Libra questi sono significativi e sostanziali – la risposta dei regolatori occidentali sia proattiva e pragmatica. Come ha affermato uno dei dirigenti di Facebook nella sua audizione al Congresso americano, la creazione di una valuta digitale potrà avvenire da parte di Paesi con valori e sistemi radicalmente diversi, riferendosi neanche troppo velatamente alla Cina. Per Margrethe Vestager, neovicepresidente esecutiva e commissario europeo alla Concorrenza, questo dovrebbe essere tra i dossier più importanti sulla sua scrivania.

@domeniclombardi

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