Euro 2020

Dai camerieri di Chinaglia agli expat: sociologia dell’Italia Azzurra a Wembley

Dal gol di Fabio Capello del 1973 allo stadio per soli “expat”: come cambia l’economia del calcio e della nazionale

di Simone Filippetti

5' di lettura

Il 1973 non era previsto che fosse un anno di calcio nel calendario ufficiale della Fifa. Ma nella memoria collettiva calcistica del paese, che dopo 30 anni rivive le Notti Magiche di Italia ’90, il 1973 è rimasto segnato per sempre: a Wembley l’Italia impartisce una lezione di calcio, ottenendo una vittoria storica, contro l’Inghilterra ex campione del mondo. Nello stesso stadio, quasi 50 anni dopo, sabato 29 giugno 2021, gli Azzurri si giocano l’accesso ai quarti di finale di Euro 2020, unico trofeo internazionale di calcio che non si gioca nell’anno del suo nome.

Ma l’Italia che torna dopo mezzo secolo nel Tempio del calcio, anticipata da un mare di polemiche per il mancato inginocchiamento prima della partita contro il Galles, ha in comune solo il colore della maglia, anche se non è poca cosa. La giacca carta da zucchero del ct Roberto Mancini, oggetto di polemiche in patria, ricorda quella di Enzo Bearzot ai Mondiali del 1982 mentre l’Italia è l’Italia quando gioca in jersey azzurra e pantaloncini bianchi.

Loading...

La tradizione ha il suo peso e qualche volta il merchandising può e deve passare in secondo piano. Nemmeno l’impianto, a dire il vero, è lo stesso di quella storica impresa dei nonni degli attuali Azzurri: lo stadio con le famose Twin Towers è stato abbattuto a inizio degli Anni Duemila e oggi al suo posto sorge un magnifico stadio tutto cristalli sormontato da un impressionante arco di metallo.

Un popolo di camerieri?

Nel 1973, la Figc, la federazione italiana, compiva 75 anni: per festeggiare, si decise di organizzare due amichevoli di lusso; una col Brasile e una con l’Inghilterra. E così un anno che sarebbe dovuto filare via nell’anonimato, finisce per diventare una data storica. La nazionale di Valcareggi, che si era guadagnata il soprannome di «Messicani» dopo l’epico Mondiale culminato in quell’Italia-Germania 4-3, la semifinale da tutti esaltata come “la partita del secolo”, ha nel 1973 un canto del cigno, incastrato tra la clamorosa eliminazione dagli Europei del 1972 e il futuro disastro di Monaco 1974. La sfida contro l’Inghilterra, che di amichevole non ha nulla, si gioca il 14 novembre, data scelta dagli inglesi in ricordo della battaglia di Highbury.

Proprio prima della storica sfida, gli inglesi, raschiando il barile del loro snobismo imperialista, bollarono gli Azzurri come «camerieri»: la stella Giorgio Chinaglia era stato un inserviente a Londra. Finì in gloria per gli Azzurri: il catenaccio divenne un modello di calcio e grazie ad un gol di Fabio Capello, la nazionale di Riva e Rivera ottiene una vittoria memorabile. La storia si ripete: oggi come allora, la maggior parte dei giovani italiani che vive a Londra fa il cameriere. Dei 450mila connazionali censiti dal consolato, ma 700mila ufficiosi (e c’è chi pensa siano addirittura di più) una buona metà lavora nella ristorazione e nell’ospitalità.

Gli stereotipi saranno pure dei banali luoghi comuni, ma da qualche parte hanno origine. Molti di questi giovani baristi di Starbucks, Caffe Nero o Costa Coffe, i principali datori di lavoro per manodopera italica a Londra, se ne sono tornati nel Belpaese a inizio pandemia. E ora faticano a ritornare in UK, perché nel frattempo il paese è uscito dalla Ue e, in assenza di permesso di soggiorno, Londra è off-limits.

Da camerieri a banchieri

Il primo expat italiano a Londra fu un tale Ugo Foscolo, che scappava dalla sua Venezia conquistata da Napoleone, a fine del ’700, e trovò riparò nella capitale inglese che accoglieva tutti i nemici dei francesi: il poeta morirà in un sobborgo di Londra. Anni dopo sbarcherà un altro esule, Giuseppe Mazzini: il patriota arrivò in esilio nel 1837, a 31 anni. Il padre del Risorgimento trascorse la sua prima notte al Sabloniere Hotel, un albergo di Leicester Square, il cuore della movida londinese, prima del Covid. Oggi l’albergo è scomparso ma allora era il punto di riferimento per gli emigrati, perché era di proprietà di un italiano, Carlo Pagliano: un connazionale che bussava alla porta era sicuro di potere trovare sempre un letto e un pasto caldo. Quasi due secoli dopo, la Nazionale di Mancini alloggerà in un albergo di Maida Vale, zona residenziale esclusiva, divenuta nel tempo la «Little Israel» di Londra.

Nel 1911, dei 20mila italiani censiti a Londra tutti facevano solo i camerieri e i cuochi. Oggi una grossa fetta lavora a Canary Wharf, nella finanza, o nella City, nelle grandi corporation, come fece Vittorio Colao, per anni alla guida di Vodafone, fino ad Andrea Orcel, oggi neo-amministratore delegato di Unicredit. Passando per l’influente professore Paolo Taticchi, tra i maggiori accademici Under 40 al mondo.

Caccia al biglietto

La gigantesca arena di Wembley fa impressione quando si arriva dalla stazione ferroviaria: lo spettatore si sente piccolo di fronte al mastodontico edificio, ingigantito anche dall’urbanistica. Se l’esterno è imponente, l’interno è addirittura da brividi: per Euro 2020, finalmente gli stadi sono stati riaperti al pubblico, anche se con capienza ridotta a 22.500 spettatori. Ma dopo un anno di desolazione, anche solo il 30% è una folla che fa una assordante ma deliziosa caciara. Dovesse l’Italia proseguire nel cammino, dalle semifinali la capienza salirà a 45mila fino ai 60mila della Finale dell’11 luglio. I biglietti per le partite sono però introvabili: pochi posti e migliaia di richieste. Il bagarinaggio in Inghilterra è vietato, ma on-line si trovano biglietti, sulla cui autenticità nessuno dà garanzie, anche a 1600 sterline. Bagarini o no, gli unici tifosi che a Wembley, a cui il Premier italiano Mario Draghi ha cercato invano di strappare la Finale, canteranno l’Inno di Mameli, saranno gli expat che vivono in UK.

Expat a Wembley

Se trovare un biglietto è già un’impresa, ancor più un’Odissea è affrontare un viaggio dall’Italia al Regno Unito, nella coda della pandemia, tra nuove varianti e continui cambi di regole: dopo l’ultimo giro di vite tra Uk e Italia, qualsiasi spostamento tra i due paesi comporta 5 (o addirittura 10) giorni di isolamento nel Regno Unito; e altri 5 giorni per chi torna in Italia. Più una valanga di test, che scoraggiano anche il tifoso più accanito e prosciuga il portafoglio ancor prima di aver pianificato il budget della trasferta. Dunque sugli spalti, ci saranno solo gli italiani che già vivono nel paese.

Allo stadio ci sarà anche quella business community italiana che negli anni si è guadagnata il rispetto della City: il “Cavaliere di Sua Maestà” Maurizio Bragagni, l’imprenditore dei cavi fresco di nomina a OBE (Officer of the British Empire); Alberto Mancuso, il capo di Londra di Banca IMI del gruppo Intesa Sanpaolo, la principale banca italiana nel Regno Unito. A rappresentare le istituzioni, ci saranno l’ambasciatore italiano Raffaele Trombetta, accompagnato da Alessandro Belluzzo, il presidente della Camera di Commercio Italo-Britannica; e il console generale Marco Villani.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti