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Dall’opulenza degli anni 90 all’orange wine, come le mode cambiano il vino

Una parte dei consumatori è molto sensibile alle tendenze del momento, ma il mondo del vino non è così attrezzato a rispondere in fretta alla domanda

di Cristiana Lauro

(Adobe Stock)

3' di lettura

Anche il mondo del vino è spesso percorso dalle mode. Alcune liberano la scena in fretta, mentre altre si trasformano in ondate più stabili, durature e difficili da scalzare. Certi consumatori sono molto sensibili alle tendenze del momento, ma il mondo del vino non è così attrezzato a rispondere alla domanda quanto, ad esempio, quello degli accessori e dell'outfit. Il mondo del vino è, infatti, meno mobile e piuttosto conservatore.

Facciamo ora un passo indietro. In molti ricorderanno che negli anni Novanta lo stile dei vini rossi era corposo e opulento – sia per concentrazione che per utilizzo eccessivo delle barrique – ma anche sui bianchi non si scherzava. Non per niente chiamavamo ironicamente vini “mangia e bevi” i primi e “bianchi del falegname” i secondi. Al netto della facezia – che mi auguro sia letta con indulgenza – devo ricordare che quell’ondata durò parecchio, fino a produrre la reazione opposta, non priva di eccessi e oltranzismi (ai quali l’epoca attuale ci sta abituando un po’ in tutti i settori, con innegabile responsabilità dei social usati male).

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Attualmente, invece, lo stile dei consumatori è orientato su vini più sottili ed eleganti, a volte persino troppo esili e con qualche deriva sulle acidità decisamente fuori controllo. L’acidità nel vino è una componente importante, ma deve essere in equilibrio con il frutto e il grado alcolico, al fine di comporre una buona armonia gustativa.
Anche quella dei vini cosiddetti naturali più che una moda si sta rivelando un’onda lunga e duratura ed è figlia di un movimento nato in Francia molto prima che in Italia. Ma la definizione di “vino naturale” può essere fuorviante per il consumatore. La natura fa tante belle cose, ma non fa vino. Per trasformare un grappolo di uva in vino infatti sono necessarie la mano dell'uomo e la tecnologia, che tramite la vinificazione interrompono il processo naturale dell'uva. Detto questo, io cerco di bere vini più naturali possibili, senza interventi di chimica di sintesi nelle vigne e soprattutto prodotti da aziende con grande attenzione (certificata) alla sostenibilità.Talvolta, addirittura, la certificazione biologica non basta, trattandosi di una normativa europea a maglie piuttosto larghe che, a questo punto, andrebbe rivista e modificata. Concordo infatti con Lamberto Frescobaldi (Presidente dell’Unione Italiana Vini) che ha posto di fronte alla normativa europea sul biologico il concetto di sostenibilità.

Il risultato incontestabile è che sulle emissioni di CO2 il biologico rischia di non farcela.Il vino naturale spesso non è nemmeno certificato come biologico, pertanto sul fatto che l’uva non sia stata trattata con prodotti chimici di sintesi o sulla quantità di solforosa che contiene, dobbiamo fidarci di quello che dice il produttore, giacché il vino è forse l’unico alimento in Italia senza obbligo di indicazione degli ingredienti in etichetta. Di contro però si sta affacciando – e dilaga un po' ovunque – la richiesta di vini a bassa gradazione alcolica che prevedo avranno una rapida ascesa, pur essendo in netto contrasto con i vini naturali. Infatti la gradazione del vino non si abbassa aggiungendo acqua, ovviamente, ma attraverso modalità enologiche che raggiungono il risultato con un approccio completamente diverso rispetto al vino cosiddetto naturale che, invece, sposa la cartolina del paesaggio come espressione del territorio alla ricerca di un gusto originario del prodotto. Il vino senza alcol dunque, è quanto di più distante ci sia dalle pratiche agricole, ma credo che rappresenterà la prossima “ondata” in arrivo.

Dulcis in fundo, c'è un’altra moda che mi fa un po' sorridere anche se sono convinta toglierà il disturbo a breve: quella degli Orange Wine, ovvero i super macerati. Si tratta di vini un po' esausti dalla permanenza eccessiva sulle bucce che finiscono per avere un gusto piatto, omologato da un metodo che mette un po’ da parte le variegate sfumature olfattive e gustative del vitigno e del territorio di provenienza. Questi, a mio avviso, affaticano la beva, mentre penso che un calice di vino debba regalarci sorsi di piacevolezza e non di certo sacrificio. Facendo un esempio pratico e per intenderci al meglio: i vini che facevano i nostri nonni erano a tutti gli effetti degli Orange Wine.

Al di là di mode e opinioni che col tempo passano e si modificano, bere un buon vino deve essere un piacere, deve far levare i calici e il morale e perché no, strapparci un sorriso, magari in compagnia. Visti i tempi che corrono forse è la cosa più importante da cercare nelle nostre amate bottiglie.

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