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Dalla collaborazione tra pubblico e privato il modello per ripartire

Per Stefani Micelli la priorità è investire sul capitale umano

di Giovanna Mancini

Per Stefani Micelli la priorità è investire sul capitale umano


3' di lettura

«Devo ammettere che raramente sono stato così orgoglioso della regione in cui vivo come in questo periodo: il modo in cui il Veneto ha saputo affrontare l’emergenza sanitaria, elaborando i dati che provenivano dal territorio per adottare rapidamente risposte che si sono rivelate efficaci, è stato esemplare e oggi questa regione è un caso europeo». Stefano Micelli, docente di Economia delle imprese all’Università di Venezia, individua nel dialogo tra strutture pubbliche e imprese private le ragioni di questo nuovo “miracolo a Nord-Est”: la capacità di portare logiche manageriali e dinamicità anche negli ingranaggi tipicamente burocratici del sistema pubblico.

Un modello vincente che potrebbe diventare anche la base su cui fondare la rinascita post-Covid, dopo lo tsunami che lascerà segni profondi sull’economia del territorio: secondo le stime della Regione Veneto, il Pil (159,8 miliardi di euro nel 2019) dovrebbe ridursi quest’anno del 7,1%, con una contrazione dei consumi delle famiglie pari al 5,3%, investimenti in calo del 13,1% e una perdita di valore del Pil pro-capite (33.724 euro nel 2019, contro una media nazionale di 29.646 euro) di 2mila euro.

Ma il Veneto ha le spalle larghe. Con le sue oltre 430mila aziende attive a inizio 2020 e quasi 24mila occupati, rappresenta l’8,4% del tessuto imprenditoriale italiano e dopo la grande crisi del 2008-2009 è stato, assieme a Lombardia ed Emilia-Romagna, una delle locomotive della ripresa. Tuttavia, nell’ultimo biennio ha perso un po’ di smalto rispetto all’altro “lato” del triangolo produttivo rappresentato da queste tre regioni, ovvero l’asse Milano-Bologna, che ha saputo essere più attrattivo, nei confronti sia dei giovani, sia delle multinazionali estere. «Negli ultimi anni il territorio di Milano e l’Emilia Romagna hanno conquistato posizioni importanti, anche grazie a investimenti significativi sul capitale umano, oltre alla capacità di attrarre sul territorio multinazionali estere che, in particolare nel caso dell’Emilia-Romagna, sono riuscite a saldarsi in modo efficace con il tessuto di piccole e medie aziende che storicamente popola questa regione», spiega Micelli. Viceversa, l’asse Milano-Venezia negli ultimi tempi ha perso un po’ la sua spinta. Il lato debole dell’eccellenza – per così dire.

«Premesso che quella veneta è un’economia solida e dinamica, capace di stare sui mercati internazionali, evidenzia indubbiamente alcuni problemi, se confrontata alle aree europee più dinamiche, come la stessa Lombardia, oppure il Baden-Württenberg e la Baviera in Germania, il Rhône-Alpes in Francia e la Catalogna in Spagna – spiega Micelli –. Il primo, a mio avviso, è che non ha saputo agganciare in modo adeguato quel trend di innovazione, rappresentato da Pmi tecnologiche e start up, che in altre aree europee ha consentito di contaminare e far crescere l’industria tradizionale». Con le sue 920 start up innovative il Veneto conta l’8,2% delle nuove imprese italiane, ma negli ultimi anni ha visto partire tanti neolaureati, che hanno preferito trasferisi a Milano o all’estero: «La sfida della regione deve essere quella di trattenere e possibilmente attrarre i giovani di valore e indirizzarli i settori più dinamici della nostra economia, che possono arricchire e sviluppare un sistema già oggi eccellente, ma che ha bisogno di nuovi saperi e di nuova intelligenza per entrare pienamente nella quarta rivoluzione industriale», dice ancora il professore.

Paradossalmente, proprio la tragedia della pandemia, con le sue drammatiche conseguenze economiche, potrebbe capovolgere lo scenario: il Veneto è riuscito finora ad affrontare la crisi sanitaria in modo più efficace di altre regioni, grazie anche a quel policentrismo produttivo che ne caratterizza il sistema industriale. «L’accentramento e la vicinanza oggi non aiutano – fa notare Micelli – perciò quello che fino a pochi mesi fa sembrava un disvalore o un freno alla crescita, ora è un elemento su cui il Veneto può giocare le sue carte».

A patto, aggiunge il professore, di saper cogliere la portata della trasformazione digitale che proprio le conseguenze del Covid-19 hanno contribuito ad accelerare . Le imprese hanno imparato a utilizzare lo smartworking, a gestire gruppi e processi di lavoro in remoto, costruendo e consolidando sistemi e modelli organizzativi nuovi, che trasformano i rapporti anche con i fornitori e i clienti. «Oggi il digitale rappresenta un’infrasturttura di sorprendente efficacia nella gestione delle opportunità – dice Micelli –, ma di pari passo devono evolvere i business plan, perché con i nuovi strumenti tecnologici cambia il modo di produrre valore. Per alcuni il passaggio sarà più rapido, per altri più graduale. Ma indietro non si torna».

Le istituzioni pubbliche devono fare la loro parte, conclude l’economista, investendo prioritariamente in due direzioni: infrastrutture (il Veneto è appena all’11esimo posto nella classifica delle regioni italiane per dotazione di banda larga) e capitale umano. È fondamentale non soltanto formare nuove generazioni capaci di cavalcare e orientare la trasformazione digitale, ma anche aggiornare le competenze delle migliaia di lavoratori già attivi nelle imprese venete.

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