Dai governi Conte a quello Draghi

M5s: dal cashback al decreto dignità fino alla prescrizione, i dossier accantonati

Tensione sulla riforma della giustizia penale, con i Cinque Stelle che prima delineano l’ipotesi di astenersi in Consiglio dei ministri, poi votano il via libera gli emendamenti che riscrivono la riforma Bonafede

di An.C.

(imagoeconomica)

3' di lettura

La sospensione del Cashback, nella versione classica e in quella “Super” del programma contro l’uso del contante. La scelta, nell’ambito del lavoro a termine, di affidare la definizione delle causali ai contratti collettivi. E, nelle ultime ore, il via libera del Consiglio dei ministri agli emendamenti proposti dalla ministra Cartabia che riformano il processo penale, e che riscrivono la riforma Bonafede. Sono alcuni dossier “cari” ai Cinque Stelle, che nell’ultimo periodo, e in particolare dopo il passaggio dal governo Conte a quello Draghi, sono stati nella migliore delle ipotesi riposti nel cassetto (è il caso del Cashback, che riprenderà l’anno prossimo) o intaccati (il decreto Dignità), nella peggiore accantonati (la riforma della giustizia penale così come era stata concepita dall’ex Guardasigilli grillino).

Sulla prescrizione l’ombra dello strappo M5s, poi il via libera del Cdm

Partiamo dall’ultimo atto. La riforma Cartabia interviene sul processo penale, di fatto stravolgendo la legge Bonafede sulla prescrizione. Il premier Mario Draghi ha fatto rientrare il dissenso M5s (i ministri pentastellati nelle ore che hanno preceduto il vertice a Palazzo Chigi avevano minacciato l’astensione nella votazione finale) ed evitato un via libera “azzoppato” a una delle riforme cruciali per l’Italia, nell’attuazione del Recovery plan. Ora il presidente del Consiglio chiede “lealtà” per far approvare il testo in Parlamento. Ma nel M5s il dissenso resta: alla Camera, dove la riforma Cartabia arriverà con un pacchetto di emendamenti in commissione Giustizia, i “pasdaran” annunciano battaglia.

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La deroga al provvedimento contro il precariato voluto dai Cinque Stelle

Il Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi si è tenuto a poche ore dal via libera della commissione Bilancio della Camera a un emendamento al decreto Sostegni bis che nella sostanza prevede una deroga al decreto Dignità, il provvedimento per il contrasto al precariato entrato in vigore nel luglio 2018 (governo Conte uno a trazione M5s-Lega), fortemente voluto dai Cinque Stelle. La disposizione cambia l'articolo 19 del dlgs 81 del 2015, rivisto dal dl 87, aggiungendo la possibilità per i «contratti collettivi di cui all'articolo 51 del Dlgs 81» (quindi contratti nazionali, territoriali e aziendali) di poter disciplinare i contratti a termine. Fino a questo emendamento il decreto Dignità era stato appena scalfito dagli ultimi provvedimenti emergenziali, che consentono i rinnovi per una sola volta senza causali fino a dicembre. La Commissione Bilancio ha approvato un subemendamento dei relatori che ha aggiunto un limite temporale - il 30 settembre 2022 - alla maggiore flessibilità sulla durata dei contratti a termine.

Cashback, esperienza congelata

A fine giugno un altro “cavallo di battaglia” dei Cinque Stelle ha subito una battuta d’arresto. Il Consiglio dei ministri ha trovato una sorta di “compromesso” su questo programma fortemente voluto dai Cinque Stelle per incentivare le persone a pagare con moneta elettronica: la misura è stata sospesa per sei mesi a partire da luglio, il Mef effettuerà rilevazioni periodiche sui pagamenti elettronici e i 1,5 miliardi di risparmi di risorse sono destinati a un fondo per gli interventi di riforma in materia di ammortizzatori sociali. Sul futuro del cashback pesa il giudizio di Draghi, che ha parlato di una misura che «ha un carattere regressivo ed è destinato ad indirizzare le risorse verso le categorie e le aree del Paese in condizioni economiche migliori», come aree urbane e al Nord, rischiando di accentuare le sperequazioni economiche. Insomma, se per il programma non è arrivata proprio la parola fine, la sospensione segnala che non rientra tra le priorità del nuovo esecutivo.

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