DAI DAZI A HONG KONG

Dazi, Brexit, Iran e Hong Kong: i quattro rischi che minacciano la stabilità globale

di Attilio Geroni


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4' di lettura

Non c’è mai un momento ideale per aprire una crisi di governo. Esiste invece il momento peggiore. Ed è quello scelto dall’Italia nell’agosto in cui i mercati somatizzano, con oscillazioni sempre più violente, la paura di una recessione globale, mentre si moltiplicano i focolai di tensione geopolitica, da Hong Kong al Medio Oriente all’Asia (India-Pakistan sul Kashmir) e alcuni emergenti, come l’Argentina, risucchiata nella spirale sempiterna tra debito e crollo della valuta.

Il rischio sistemico più importante che incombe sull’Europa, e non solo, è legato alla guerra commerciale in corso tra Cina e Stati Uniti. Finora l’Amministrazione Trump ha imposto dazi del 25% su 250 miliardi di prodotti cinesi; altri 300 miliardi, con tariffe del 10%, saranno colpiti dal 1° settembre, anche se nei giorni scorsi la Casa Bianca ha differito l’entrata in vigore per alcune categorie di beni al 15 dicembre con l’obiettivo di non penalizzare gli acquisti dei consumatori americani. A pensarci bene, un’implicita ammissione di quanto la guerriglia dei dazi, in economie sempre più interdipendenti, sia un’arma a doppio taglio che ferisce entrambi gli avversari.

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I dazi e la recessione globale

E ferisce ancor di più - sempre per questa interdipendenza che nei sistemi industriali avanzati si estende alla piena integrazione della catena globale del valore - Paesi terzi o macro aree con forte vocazione all’export come l’Unione europea, il Canada e il Messico. Si spiega così in buona parte la contrazione del Pil tedesco nel secondo trimestre, che lascia presagire una recessione nella più importante economia dell’eurozona e un prevedibile trascinamento al ribasso sul resto della Ue.

Come spiega un recente rapporto dell’Istituto economico di Kiel, in questa fase la vulnerabilità di tali Paesi, Germania in testa, è maggiore rispetto ai due contendenti poiché spesso i prodotti sui quali vengono imposti i dazi, sono “processati” come beni intermedi e poi consegnati altrove contribuendo così alla formazione di un prodotto finale che sarà inevitabilmente più caro.

Ciononostante, il surplus commerciale dell’Unione europea nei confronti degli Stati Uniti nei primi nove mesi dell’anno ha sfiorato 75 miliardi di euro, l’11% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Trump in questa guerra non avrà mai di che essere soddisfatto ed è probabile che in autunno, all’avvio del nuovo programma di stimolo monetario della Bce, preannunciato come un super bazooka che combinerà taglio dei tassi d’interesse e un nuovo round di acquisto di assets, potrebbe dire e fare tre cose, tutte potenzialmente devastanti per l’economia mondiale. Comincerà ad accusare l’Eurozona di manipolazione valutaria. Imporrà dei dazi del 25% sull’auto europea perché ritenuta una minaccia alla sicurezza nazionale. Tormenterà la Fed per una più rapida e intensa discesa dei tassi in modo che il dollaro non si apprezzi troppo.

Uno scenario di cortocircuito non lontano dalla realtà e che probabilmente è alla base della recente inversione della curva dei rendimenti tra i titoli di Stato Usa a dieci e due anni. Il sorpasso dei rendimenti di quelli a breve su quelli a lungo termine significa che gli investitori puntano su un rapido deterioramento delle condizioni macroeconomiche. A seconda degli analisti, le probabilità di una recessione in America (l’inversione della curva dei rendimenti ha una buona predittività in merito ) sono ora comprese tra il 30 e il 50 per cento, mentre resta tutta da verificare la portata del rallentamento cinese, più pronunciata del previsto e non necessariamente legata solo alle tensioni commerciali quanto al desiderio delle autorità di Pechino di fare ordine a casa propria sul mercato immobiliare, sulla finanza e sull’indebitamento delle imprese di Stato e delle municipalità.

Hard Brexit più probabile

La stessa inversione della curva dei rendimenti è avvenuta, non a caso, sui titoli pubblici britannici, dove il Pil nel secondo trimestre ha registrato la prima contrazione da sette anni a questa parte. Ed eccoci al secondo rischio, sistemico per il Regno Unito e in parte anche per l’Europa: Brexit. Un’uscita dall’Unione, prevista il 31 ottobre, che il nuovo leader conservatore e premier, Boris Johnson, sembra voler affrontare con grande spavalderia: a tutti i costi, anche senza accordo con i Ventisette e quindi senza la rete di protezione di un periodo transitorio.

Hong Kong, paura di repressione

Sul fronte geopolitico i pericoli maggiori arrivano dalle proteste di Hong Kong (dove sabato hanno sfilato i cortei contrapposti di professori favorevoli alle proteste e di leader politici e businessman sostenitori del fronte pro-Pechino e domenica si è svolta una gigantesca manifestazione pacifica), o meglio dal modo in cui deciderà di reagire la Cina alle richieste degli abitanti dell’ex colonia britannica che vogliono in sostanza maggiore libertà ed autonomia. L’analisi rischi-benefici di Pechino è imponderabile. Sarà più importante mantenere Hong Kong come una vetrina di apertura e modernità sociale, tolleranza e integrazione economico-finanziaria con l’Occidente? Oppure andrà preservata a ogni costo l’integrità territoriale dell’Impero e ogni fuga in avanti rispetto a Mainland China non potrà essere tollerata?

Nel caso prevalesse la seconda valutazione, la crisi geopolitica renderebbe ancora più tesi i rapporti con l’America e di difficile, se non impossibile, soluzione la guerra commerciale, almeno fino all’esito del voto presidenziale Usa del 2020.

Il fronte aperto con l’Iran

Resta infine pericoloso il fronte aperto dagli Stati Uniti con l’Iran. L’abbandono dell’intesa sul nucleare da parte di Trump e l’imposizione di nuove sanzioni economiche contro il regime di Teheran ha forse un obiettivo di medio-lungo termine, che è il cosiddetto cambio di regime. Un rischio non abbastanza calcolato e che finora ha prodotto tre risultati non certo brillanti. Un’ulteriore spaccatura con i paesi europei firmatari dell’accordo (Germania, Francia, Regno Unito e la stessa Unione europea); un irrigidimento dell’ala più oltranzista dell’Iran, che infatti ha ripreso l’arricchimento di uranio oltre i limiti consentiti dall’accordo; rinnovate tensioni nel Golfo con ripetuti incidenti a danno di petroliere attribuiti da Stati Uniti e Israele ad azioni di sabotaggio da parte delle Guardie della Rivoluzione.

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