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Delega fiscale, tutti i rischi sul cammino della riforma e della maggioranza

Scompare dal testo l’accorpamento delle aliquote extra Irpef. Cedolare secca e Flat tax partite Iva sopravvivono alla riforma

di Marco Mobili e Gianni Trovati

Draghi: "Vicini ad accordo su delega fiscale, programma Governo va avanti bene"

3' di lettura

Nell’ennesima riscrittura della delega fiscale che ha portato la maggioranza all’intesa di giovedì sera a Palazzo Chigi scompare l’idea della «progressiva evoluzione» del fisco italiano «verso un modello compiutamente duale». E poche ore dopo la celebrazione dell’accordo la sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra annuncia che Leu non voterà il nuovo articolo 2, quello che contiene il cuore della riforma Irpef, perché per come è (ri)scritto «cristallizza tutte le ingiustizie che caratterizzano il nostro sistema fiscale».

Tempi stretti

Leu da sola non ha certo i numeri per fare ballare la maggioranza di unità nazionale. Ma la presa di posizione, assunta per di più da una degli esponenti del governo più direttamente impegnati sul fisco, colpisce il pilastro centrale della riforma, molto più significativo del Catasto di cui tanto si è discusso; e indica che l’intesa di Palazzo Chigi in sé rischia di non blindare un percorso che dopo la Camera, dove la delega staziona da otto mesi, dovrà affrontare la prova di Palazzo Madama. Dove è difficile che i senatori si accontentino di ratificare le scelte di Montecitorio, mentre il calendario parla chiaro: senza un via libera definitivo entro l’estate, lo spazio per i decreti attuativi, non pochi a voler davvero far vivere tutta la delega, rischia di essere travolto dalla legge di Bilancio prima e dalla campagna elettorale per le politiche poi.

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Il sistema duale

Ma ripartiamo dal merito. E dal sistema duale la cui uscita di scena è la novità più rilevante dell’ultimo testo. Tradotto dal fiscalese all’italiano, la «evoluzione verso un modello compiutamente duale» significa la divisione degli imponibili in due grandi famiglie: da un lato quelli soggetti all’Irpef progressiva, dall’altra quelli (da capitale, prima di tutto) a cui applicare un’aliquota proporzionale, cioè uguale per tutti. L’obiettivo è semplice da indicare: di cedolare in cedolare, in Italia l’Irpef ha perso via via la caratteristica di «imposta sui redditi» generale per ridursi di fatto a quella di «imposta sui redditi da lavoro, soprattutto dipendente, e da pensione». Nel 2020, ultimo dato disponibile, da dipendenti e pensionati è arrivato il 97,05% dell’Irpef totale, cioè 154,6 miliardi su 159,3. Il dato si spiega con le tante tasse piatte che in Italia si applicano ai redditi delle partite Iva, ai canoni degli affitti abitativi concordati e non, oltre che ai redditi da capitale.

Per i critici l’addio all’Irpef è regressivo, perché tendenzialmente premia con tasse più leggere persone che hanno una capacità contributiva rafforzata da entrate aggiuntive rispetto allo stipendio o alla pensione. Per i difensori garantisce invece una tutela a settori e mercati che l’Irpef soffocherebbe incentivando anche il nero.

Maggioranza divisa

In ogni caso il dibattito che ha stralciato il duale dalla delega non è stato accademico, ma politico. Perché il rischio di rivedere la cedolare sugli affitti o la Flat Tax degli autonomi ha spinto sulle barricate il centrodestra, che ha ottenuto nei fatti una riscrittura integrale dell’articolo 2.

Nel nuovo testo si parla in primis di una «progressiva revisione dei redditi personali derivanti dall’impiego di capitale», con l’obiettivo di mettere ordine in un sistema che oggi tra risparmio gestito, amministrato e plusvalenze di vario tipo fatica a trovare una logica. La revisione deve mantenere distinti i redditi «da capitale mobiliare e immobiliare», per salvaguardare la cedolare secca. E non si deve occupare della Flat Tax delle partite Iva. Tutti temi in grado di far saltare una maggioranza che sul fisco ha visioni opposte.

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