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Denis Diderot, il filosofo e critico d’arte alle biennali del Louvre

La prima edizione italiana delle recensioni agli artisti che esponevano ogni due anni nel Salon Carré. I giudizi su Boucher, Greuze, Van Loo, e la scoperta di Jacques-Louis David

di Giuseppe Scaraffia

 «Veduta del Salon del 1765», Parigi, Museo del Louvre

4' di lettura

Che terribile corvée questo «Salon», si lamentava Denis Diderot, reduce dall’esposizione biennale degli artisti nel Salon Carré del Louvre. A volte, subissato dal lavoro per la redazione dell’Encyclopédie, era in ritardo con le scadenze e gli toccava lavorare giorno e notte. Fortunatamente, spesso queste tumultuose, lussureggianti pagine furono scritte, grazie all’impareggiabile memoria visiva di Diderot in una calda stanza del castello del Grandval, dove l’umorale barone d’Holbach, filosofo materialista, ospitava gli amici intellettuali.

All’inventore della critica d’arte dispiaceva che non ci fossero illustrazioni delle opere di cui parlava, il che lo costringeva a farne una descrizione accurata. Era pienamente consapevole del valore del suo lavoro: «Di certo è la cosa migliore che io abbia fatto da quando mi occupo di letteratura». Soffriva all’idea di vedere sprecata tutta quell’energia per le poche teste coronate che ricevevano per posta diplomatica quel notiziario culturale, la «Correspondance littéraire, philosophique et critique», manoscritta per sfuggire alla censura. «Ci sono momenti in cui vorrei che questo lavoro cadesse dal cielo stampato in mezzo alla capitale». Un dono che ci è offerto dalla prima edizione completa italiana, con testo a fronte, un’ottima traduzione e un imponente apparato critico.

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«Moltissimi brutti dipinti»

Il fatto di non avere un pubblico aveva liberato Diderot al punto da fargli ritrovare il calore e l’immaginazione della sua giovinezza. C’erano «moltissimi brutti dipinti»; un peccato perché, confessava, gli piaceva elogiare, ma ancora di più dire la verità. Non poteva lodare un artista che gli era stato raccomandato perché aveva molti figli: bisognava rinunciare ai quadri o alla famiglia. Poi però si pentiva di avere fatto soffrire uomini che avevano inutilmente tentato di creare dei capolavori. Per questo chiedeva a Friedrich Melchior Grimm, condirettore della «Correspondance», di non mettere la sua firma. «Orfeo non venne minacciato dalle Baccanti più di quanto lo sarei dai nostri pittori».

Con quelle tipiche contraddizioni che con le loro scintille illuminano tutta la sua opera, Diderot passava senza sosta da un tono discorsivo a pensieri complessi, dallo scherzo alla commozione, dal ricordo all’illuminazione. «Non garantisco le mie descrizioni, né i miei giudizi... Non sono un artista e nemmeno un dilettante... cado ogni istante nell’errore... ho in fondo al cuore una cosa e ne dico un’altra».

Eccentrico critico

La sete di naturalezza e di virtù di quell’eccentrico critico rifletteva, spiega André Billy, quella di una società, quella parigina del Settecento, che ne era del tutto sprovvista. Tuttavia ammoniva: «L’imitazione rigorosa della natura renderà l’arte povera, misera, meschina». Era una fase che si doveva superare arrivando così a un modello «puramente ideale e non attinto direttamente da nessuna immagine individuale in natura». Nondimeno, scrive Mazzocut-Mis, «Diderot non è affatto convinto che l’arte classica sia un modello statico».

Il godimento estetico non gli faceva dimenticare la valutazione morale e lo spingeva a condannare, malgrado le innegabili qualità, L’odalisca di Boucher. Per farlo, accusava il pittore di avere «prostituito» la moglie dipingendola nuda. Abbracciare l’amato Greuze, nell’entusiasmo per l’edificante «Padre di famiglia spiega la Bibbia ai suoi figli», non gli impediva di lasciare intuire di avere avuto dei trascorsi con la sua bella moglie: «Questo pittore è sicuramente molto innamorato di sua moglie. L’ho molto amata quando era giovane...». Salvo poi sottolineare crudelmente l’invecchiamento della modella quando l’artista mostra la moglie scollata: «La tinta giallastra e la mollezza sono della signora, ma la mancanza di trasparenza e l’opacità sono del signore».

Deluso dal ritratto di Van Loo puntualizzava: «Non sono io. Avevo cento diverse fisionomie in un giorno, secondo quello che mi colpiva. Ero sereno, triste, assorto, tenero, violento, appassionato, entusiasta. Ma non sono mai stato così... ho una maschera che inganna l’artista, sia perché ci sono troppe cose fuse insieme, sia perché le impressioni si succedono molto rapidamente nella mia anima e si dipingono tutte sul mio viso». A quel punto, ammetteva Diderot, il pittore, travolto dal succedersi delle mozioni, si trovava davanti un compito molto difficile.

L’unico ritratto che gli piaceva gliel’aveva fatto un curioso personaggio, madame Therbouche, una capricciosa pittrice prussiana, decisa a tutti i costi a trionfare a Parigi. Sempre pronto ad aiutare, Diderot si era fatto in quattro, ma invano. Per ringraziarlo lei l’aveva dipinto a petto nudo. In realtà, confessava il critico, le cose erano andate diversamente. Lui era uscito dal paravento dove si era spogliato «nudo, ma proprio tutto nudo». La conversazione era ripresa con una «semplicità e un’innocenza degna dei primi secoli». L’artista non era «molto giovane, né carina», ma durante la seduta era stato sfiorato un incidente. «Dopo il peccato originale non si può comandare ogni parte del corpo come il braccio e ce ne sono alcune che vogliono quando il figlio di Adamo non vuole e non vogliono quando il figlio di Adamo vorrebbe».

Anche se le cronache di Diderot erano riservate a un’élite, qualcosa doveva esserne trapelato, perché nel 1781 era uscito un rendiconto dell’esposizione ironicamente intitolato Pique-nique convenable à ceux qui fréquentent le Salon, préparé par un aveugle, un cieco, un evidente richiamo alla Lettera sui ciechi di Diderot. Il tono saltellante, l’ostentata vivacità, il tentativo di fare dello spirito erano una pallida eco dell’inimitabile brio del filosofo. In quello che sarebbe stato il suo ultimo Salon si percepiva tutta la stanchezza dovuta a una salute sempre più precaria. Ma era rimasto profondamente impressionato dal Belisario di un debuttante Jacques-Louis David: «Lo vedo ogni giorno e mi sembra sempre di vederlo per la prima volta».

I Salons, Denis Diderot, A cura di Maddalena Mazzocut-Mis, Massimo Modica, Bompiani, pagg. 1.984, € 70

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