Modelli di crescita

Dobbiamo ascoltare l’appello stringente della povertà

di Natalino Irti

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3' di lettura

«Ma che cosa dobbiamo fare?»

Questo è titolo di pagine dolorose, che Leone Tolstoj mai concluse né recò a compimento. Indetto a Mosca, nel 1882, il censimento della popolazione, Tolstoj – come narrerà la figlia Tatiana – «si fece iscrivere nel numero degli agenti di censimento volontarî. Per poter conoscere i bassifondi e i tuguri della capitale, chiese d’essere mandato nei quartieri più poveri. Il suo desiderio fu esaudito». Ne trasse immagini d’angoscia e d’orrore, e come un disgusto, un improvviso svelarsi della verità sociale, dove si trovavano accanto miseria e dissolutezza, indigenza e lusso di costumi.

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Torna, quell’interrogativo, nell’ascoltare e leggere la parola «povertà»: che ci sembrava appartenere a un tempo lontano, a un passato ormai chiuso e irripetibile.

E invece irrompe nel nostro oggi; e turba l’animo, e risveglia le domande fondamentali del nostro convivere. Sì, perché noi conviviamo con la povertà, ed essa non sta a sé, in una sorta di recinto separato e distante, ma pena accanto a noi, nel medesimo presente della storia.

E come può lo Stato italiano, che, insieme con altri europei, si impanca a maestro di diritti umani (cioè – dicono – spettanti all’uomo per il semplice fatto di essere uomo), se ha dentro di sé la sofferenza della povertà?

Se a oltre cinque milioni di cittadini sono negati, o restano insoddisfatti, i diritti garantiti dalla Costituzione repubblicana? Qui non vale la generosa retorica dei diritti umani, la nobile e gratuita indignazione per regimi dispotici o antiche autocrazie; qui incalzano, e chiedono risposta, diritti, storicamente conquistati e provvisti di solenne tutela costituzionale.

La terribile e angosciosa parola, povertà, non può essere esorcizzata o neutralizzata in nome degli astratti e illuministici diritti umani: essa esige la immediata ed efficace risposta dell’oggi.

La quale non può certo trovarsi nella fatuità dottrinaria di chi sempre invoca la “mano invisibile” di Adam Smith (a cui il nostro Alessandro Roncaglia dedicò una critica memorabile), e attende il miracolo di interessi privati che insieme perseguano e soddisfino interessi sociali; né nel dichiarare una pura e semplice fede liberale.

È invece l’ora che si manifesti e attui, nella concretezza delle decisioni politiche, il professato o millantato liberalsocialismo (su cui ci fermammo nel nostro articolo del 26 febbraio).

«Libertà liberatrice», ammoniva Adolfo Omodeo e proclamava il Partito d’Azione: libertà, che, facendosi giustizia sociale e riparando al divario economico, garantisca la concreta eguaglianza dei cittadini.

La povertà non può attendere; ed esige la “mano visibile” dello Stato, che la sollevi e soccorra nei modi più opportuni e durevoli. L’economia sociale di mercato rischia altrimenti di convertirsi in economia di mercato senza socialità.

Che può significare “senza pace”, poiché la povertà, anche se pudica e silenziosa, nascosta e raccolta, cela sempre in sé le incognite della storia.

È come una segreta officina, in cui si svolgono pensieri e volontà, inquietudini e malesseri; e dove sovente si cela il volto del domani. Nella esperta saggezza dei governanti risuoni l’interrogativo tolstoiano, che dà l’incipit a questa colonna; e trovi risposta nella concretezza storica della libertà liberatrice.

L’accento si ferma sull’immediatezza, poiché i piani economici e industriali, in ispecie se ambiziosi e arditi, esigono lunghi tempi di attuazione, e talvolta urtano in difficoltà e ritardi inattesi, e guardano più al domani che all’oggi.

L’appello della povertà è perentorio, stringente, indifferibile.

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