A tu per tu

«Dovremmo essere più orgogliosi e consapevoli del valore della nostra Italia»

Maurizio Serra. Ambasciatore e scrittore è entrato tra gli immortali dell’Académie française. Racconta la sua esperienza diplomatica e i rapporti con la Francia

di Carlo Marroni

6' di lettura

«Signore, noi ci alziamo una prima volta per lei che entra nella nostra compagine e ci alzeremo un’altra volta quando lascerà la compagine in questa vita terrena». È la formula di ingresso tra gli “immortali”, i membri dell’Académie française. Sono solo 40, da sempre (attualmente 35). Così volle il cardinale Richelieu nel 1635, quando sotto Luigi XIII fondò l’istituzione che veglia sulla lingua francese e la sua diffusione nel mondo. Poche settimane or sono, con un ritardo dovuto alla pandemia, la formula è stata pronunciata per Maurizio Serra, primo italiano nella storia a entrare in uno dei consessi più esclusivi e prestigiosi al mondo. Diplomatico italiano da poco a riposo e scrittore, è stato eletto a gennaio 2020 al fauteil 13, lo scranno che fu di Simone Veil, e nei secoli precedenti, di Racine, Crébillon, Pierre Loti e Claudel. Dopo aver pronunciato l’elogio di rito del suo predecessore, il neo-membro è stato interrogato sul termine scelto nel dizionario dell’Académie (ottava edizione in corso, alla lettera “V”) al quale d’ora in poi sarà associato il suo nome.

Ambasciatore Serra, dopo aver rappresentato l’Italia nel mondo ora la rappresenta nel tempio più sacro della cultura francese? «Ho servito lo Stato per 42 anni, ma spero di poter continuare a essere un ambasciatore della cultura italiana, anche se scrivo in entrambe le lingue e occasionalmente in altre. La nostra immagine fuori del Paese è migliore e più vitale di quanto spesso gli italiani non credano. Dovremmo solo esserne più consapevoli. E anche orgogliosi». Serra ha lasciato lo scorso anno la carriera diplomatica, dove era entrato a 23 anni: un percorso che lo ho portato a Berlino Ovest prima della caduta del muro, Mosca (parla anche russo), Londra, poi alla guida dell’Istituto Diplomatico degli Esteri, rappresentante all’Unesco a Parigi e presso l’Onu e le altre organizzazioni internazionali a Ginevra. In mezzo dieci anni di insegnamento di relazioni internazionali alla Luiss di Roma. E, naturalmente, da sempre la scrittura: «La diplomazia è un palcoscenico ricchissimo di situazioni, di ambienti, di casi umani. Ed è un laboratorio estremamente complesso, anche tragico come purtroppo si è visto ancora di recente. Tutti aspetti che stimolano la scrittura, per chi ne senta l’istinto e il bisogno», dice Serra, che ha appena pubblicato prima in Francia e ora in Italia, aspettando le edizioni spagnola e americana, Amori Diplomatici (Marsilio), il suo primo romanzo. Si tratta di un percorso in tre movimenti in cui compaiono un ambasciatore in esilio di un immaginario Paese in guerra, un addetto culturale giapponese nell’Italia spaccata dopo l’armistizio e una bella donna alla guida della sua Alfa Duetto sul lungolago di Ginevra alla ricerca dell’amore della sua vita di cui non vuole ammettere la morte. Lo precedono una quindicina di titoli, in cui confluiscono la storia, la letteratura e le arti del «terribile Novecento», sull’onda del sodalizio con amici e maestri quali Renzo De Felice, Sebastian Haffner, George L. Mosse e François Fejtö. Quello che gli è tuttora più caro, L’Esteta armato, il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta, uscito nel 1990, che costituisce una panoramica della generazione di intellettuali davvero europei – «forse più di quanto lo siamo oggi», aggiunge Serra – che segnarono con la loro presenza una società intellettuale dell’azione e del pensiero in rivolta contro le iniquità della storia. Seguiranno, tra gli altri, un libro di conversazioni con Fejtö, Il passeggero del secolo (Prix des Ambassadeurs 2010), e Fratelli separati. Drieu la Rochelle, Aragon e Malraux di fronte alla storia che, nella versione francese, ottiene il Prix du Rayonnement. Da quel momento i percorsi dei suoi libri si intrecciano con la Francia: escono le biografie pluripremiate di Malaparte, Svevo, D’Annunzio, poi apparse in Italia e in altri Paesi. «La domanda di cultura italiana all’estero è sempre viva e non si limita certo alla Francia. Il mio editore spagnolo, Forcola, ha voluto raccogliere dei testi che avevo scritto in diversi periodi in un Marinetti Retrato de un revolucionario, che sta suscitando molta curiosità».

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Ma come si arriva all’elezione – nel suo caso alla quasi unanimità e (cosa rara) al primo turno, quando, a Victor Hugo ne servirono quattro? «Beh, lui era molto più importante e conosciuto di me. Molti nemici, molto onore...» E l’apertura a un italiano? «Direi agli stranieri in genere, purché ovviamente redigano in francese tutta o gran parte della loro opera. Lo statuto profeticamente voluto da Richelieu non si basava infatti sulla nazionalità, ma sull’appartenenza culturale, anche se per secoli i membri furono esclusivamente francesi. La prima eccezione fu l’americano Julien Green nel 1971, seguito dalla belga e americana naturalizzata francese Marguerite Yourcenar, che fu anche la prima donna nel 1980. Oggi se ne contano alcuni altri, che hanno in genere la doppia nazionalità. Io però sono soltanto italiano e tale intendo rimanere fino a che non arriveremo a una cittadinanza europea. Forse l’immortalità mi aiuterà a vedere quel giorno…». Un percorso a cui ha contribuito molto Hélène Carrère d’Encausse, eminente storica francese (madre dello scrittore Emmanuel Carrère) di origini russe e georgiane, membro dell’Académie dal 1990 e dal 1999 sua attivissima Segretario perpetuo, ossia a vita, altra prima donna ad accedere a questo ruolo. «La mia elezione è certamente legata a una prospettiva di internazionalizzazione, ma anche a un processo di ritorno alle origini, all’idea di un cenacolo umanista. È insomma l’archetipo dell’honnête homme (e naturalmente, femme) del Gran Secolo, con molta attenzione alle tradizioni e allo stile di vita». Ecco perché, se in prevalenza composta da letterati, l’Académie comprende alcuni prelati, militari, avvocati, scienziati (come il biologo e immunologo Premio Nobel, Jules Hoffmann) e personalità pubbliche, quali furono appunto Simone Veil, primo presidente del Parlamento europeo, il presidente del Senegal e poeta Léopold Sédar Senghor, primo eletto africano nel 1983, e Valéry Giscard d’Estaing, scomparso nei mesi scorsi. In questo senso va interpretata anche la divisa, «l’habit vert» indossato durante le riunioni formali e le cerimonie ufficiali sotto la magnifica Coupole (oggi sanificata) dell’Institut de France. Codificato nel 1801, nel 1848 sempre Victor Hugo vi apporta alcune modifiche formali. Consiste in un frac, panciotto e pantaloni con ricami verde e oro, un mantello lungo fino ai piedi, mentre non è più obbligatorio il bicorno. Ma non esistono due uniformi del tutto identiche, ed è una sfida tra le più grandi sartorie. «Desideravo che la mia uniforme fosse italiana e la boutique Armani ha realizzato con grande professionalità e gentilezza un modello splendido. Giorgio Armani mi ha inviato una lettera per esprimermi la sua soddisfazione e vicinanza. Un grand’uomo». E la spada, indispensabile complemento dell’habit vert, simbolo della difesa dei valori della Compagnie e del corpo del Re? «Lo statuto ammette le armi di famiglia. Quindi ho fatto adattare e impreziosire quella da ufficiale di mio nonno. La lama è di Solingen, del 1892, affilatissima. Spero proprio di non dovermene servire, ma non si sa mai... L’ho ingentilita per scaramanzia, facendovi incidere il verso di Petrarca “Io vo gridando pace e pace e pace”».

L’elezione avviene per votazione segreta dei membri. Una volta eletti, ci si può dimettere ma non essere espulsi, salvo in casi rarissimi. Ma anche in questi casi i nomi continuano a figurare nell’elenco dei 736 immortali (a oggi). L’organizzazione è rigorosamente paritaria, dietro il Segretario perpetuo e il Cancelliere dell’Institut. Un membro a turno assume per un trimestre la direzione dei lavori, che avvengono esclusivamente a porte chiuse e con presenza fisica, ogni giovedì. L’Académie distribuisce numerosi premi letterari e gestisce un cospicuo patrimonio, anche per lasciti di accademici, ma ogni membro riceve solo un modestissimo gettone di presenza sotto il controllo della Corte dei Conti. Una procedura di convalida formale della nomina è quella della visita di gradimento al sovrano, oggi beninteso al presidente della Repubblica. Com’è andata? «Il presidente Macron era molto incuriosito e ha voluto ricevermi subito, nonostante l’emergenza Covid fosse alle porte. Mi ha trattenuto ben oltre il tempo previsto, con estrema cortesia e attenzione, interrogandomi sui miei lavori e parlando, direi, con slancio visionario del legame indissolubile tra Francia e Italia e dell’avvenire dell’Europa. Sono molto grato anche al presidente Mattarella per avermi accordato un’udienza e rivolgo un pensiero sempre devoto di pronto ristabilimento al presidente emerito Napolitano, che mi ha seguito e incoraggiato in questi anni». E per concludere, come vede Serra il futuro delle relazioni Italia-Francia, sorelle latine? «Non sono stati storicamente rapporti sempre facili, come capita talvolta proprio nelle vicende di famiglia. Ma, specie all’indomani di Brexit e della sua amara lezione, non vi è alcuna ragione perché la collaborazione tra i due Paesi non recuperi piena centralità nel processo di unificazione dell’Europa. E, fuor di retorica, la cultura, nel senso più ampio e dinamico del termine, mi sembra il terreno ideale per questo rilancio».

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