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Ecco perché parlare di rapporto qualità prezzo per il vino ha sempre meno senso

È un concetto artificioso, non strettamente legato ai costi della materia prima (anche in relazione al cambiamento climatico) e a quelli produttivi

di Cristiana Lauro

(pressmaster - stock.adobe.com)

2' di lettura

Quando si parla di vino il discorso scivola spesso sul rapporto qualità/prezzo, ma occorre fare chiarezza perché, al momento, sono variati diversi parametri come i costi energetici, gli innegabili cambiamenti climatici e non solo. Diciamo che il tema del corretto rapporto qualità/prezzo è un argomento di interesse diffuso, che gira però intorno a un concetto – a mio avviso – un po’ sopravvalutato. Casomai penserei alla relazione tra qualità e valore, non senza tenere a mente che soprattutto quando si parla di etichette fungibili – rinunciando alla griffe, per esempio – la scelta è meno netta e i parametri da considerare aumentano (mentre se la scelta parte da una bottiglia che deve avere quel marchio per forza, la decisione è già presa).

Attualmente sui prezzi dei vini ci sono tensioni che ci ricordano una sorta di diffusa sudditanza psicologica rispetto alle etichette francesi che presentano rincari percentuali superiori alle nostre ma, a quanto pare, più digeribili. In Francia chi produce vino solitamente stabilisce i prezzi in base agli obiettivi commerciali, mentre le aziende nostrane sono più legate ai prezzi medi di mercato, se si fa eccezione per qualche marchio molto noto in tutto il mondo o alcune etichette, quasi inestimabili, alle aste internazionali.

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I costi di produzione sono saliti un po’ ovunque, non soltanto a casa nostra. A causa dei rincari energetici, vetro, carta e cartone sono diventati infatti introvabili e diverse vetrerie e cartiere hanno recentemente chiuso i battenti. Anzi, qualcuno è proprio fallito, a dire il vero.Ora, aggiungiamoci il fatto che la produzione di vino - dipendentemente dall'andamento climatico - può ridursi drasticamente. Vale a dire che per mantenere gli standard qualitativi nelle annate meno felici, le aziende sono costrette a operare scelte inevitabili, per esempio declassando i cru e le riserve.
Questo significa inevitabilmente rinunciare al vino di punta, ossia destinare le proprie uve al “fratellino minore” che - voci di corridoio - daranno come più bello e conveniente del solito, quindi di eccellente rapporto qualità/prezzo.Tutto questo in Francia succede molto meno, anche perché la circolazione delle informazioni fra produttori di vino, da quelle parti, è molto più filtrata. Non per niente, gli appassionati che si recano in visita nelle cantine delle mete classiche dell'enoturismo, come Borgogna, Champagne, Bordeaux e si confrontano abitualmente con i produttori, faticheranno a darmi torto.

Insomma, per concludere: il rapporto qualità/prezzo è una direzione artificiosa, non strettamente legata ai costi della materia prima e a quelli produttivi, quindi non esiste il buon rapporto qualità/prezzo nel vino o, perlomeno, ha poco senso parlarne in questo momento storico. Piuttosto, è la qualità a prezzo moderato che dovrebbe convocare la nostra curiosità e farci dire: “servirebbe un esperto!”.
In un Paese fra i più importanti produttori di vino al mondo, non mi dispiacerebbe infatti vedere flussi di monopattini per strada condotti da persone ben consapevoli di questo nostro grande patrimonio italiano.

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