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Emily Dickinson, la poesia dell’erbario

La biografia «verde» della scrittrice ambientata nel suo meraviglioso giardino nel Massachusetts e scandita, come in un calendario botanico, da piante, fiori e suggestioni liriche

di Maria Luisa Colledani

Emily Dickinson (1830-1886) visse sempre nella dimora paterna di Amherst nel Massachusetts, oggi diventata museo

4' di lettura

Eccolo qui marzo, scapestrato e pieno di promesse come lo descrive la poetessa Emily Dickinson: «Quando marzo c’è e non c’è / si tende un colore là fuori / sui campi solitari / che la scienza non può afferrare / ma la natura umana sente». La scrittrice, seduta nella veranda della sua dimora ad Amherst, città universitaria del Massachusetts, si inebria di profumi perché la primavera è sballo olfattivo e visivo. Osserva, scrive, cerca qualche idea per le lettere, che accompagna con rari fiori secchi. La siepe delle peonie è davanti, il bosco alle spalle: Emily, nata nel 1830, vive tra piante, petali, frutta, amicizie solidali. È poetessa e giardiniera, è ninfa e Flora. Così la racconta, con garbo e meraviglia, Marta McDowell, docente di Storia del paesaggio all’Orto botanico di New York, nel libro Emily Dickinson e i suoi giardini. Si tratta di una biografia verde strutturata quasi fosse un calendario, di una storia di piante e fiori, di un erbario arricchito da disegni, stampe e schede botaniche. C’è poesia e scienza, abbandono e cura, che si possono vedere ancor oggi visitando la dimora, divenuta museo, e il giardino.

Vita di campagna

Emily Dickinson è una poetessa di passioni e passatempi, vive nella natura che condivide inviando mazzi di fiori alle persone amate e composizioni di petali pressati agli amici di penna. Dopo gli studi di botanica all’Amherst Academy e a Mount Holyoke, trascorre tutta la vita nella dimora paterna abbandonandosi alle piante e alla collezione dei fiori selvatici, scrivendo senza sosta e senza che nessuno si accorgesse, finché lei sarà in vita, della poesia che sorga copiosa nelle lettere e nei diari. Il suo fuoco si chiama desiderio: «è come il seme / che si dibatte nella terra, / convinto che se lei lo favorisce / alla lunga lui potrà attecchire».

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Le stagioni sono l’orologio di Amherst: marzo è «quel mese di annunci» sotto forma di crochi, bucaneve e giacinti per arrivare ai tulipani color carminio. Le siepi sono nastri di colore e il giardino è lo studio all’aperto di Emily. Ha fatto tutto quel che deve in primavera: la legna è accatastata, le viti e gli alberi da frutto potati, il letame messo in terra, il terriccio di prato sparso per rafforzare l’erba: «A maggio semino il mio fasto / si alza un corteo dopo l’altro».

Giardino, orto e frutteto

A inizio estate Emily gira per mostre di orticoltura, cerca di portare nel suo giardino l’eclettismo vittoriano in base al quale coi fiori si creavano antichi templi greci o chalet svizzeri pieni di fucsie. Intanto, il padre, avvocato, è eletto al congresso americano e anche la figlia, con i fratelli Austin e Vinnie, va qualche volta a Washington. Ma nulla la attrae quanto il suo orto e il suo giardino dove chinarsi su una rosa di Damasco o sugli iris viola che, al tramonto, sono «duchi rossi per quando cala il sole». La piena estate è la stagione dello stordimento: scrive, scrive tantissimo anche sull’erbario di oltre 400 pagine che curerà negli anni: «Il mio giardino - come la spiaggia / Indica che c’è - un mare / Che è l’estate / Come queste - le perle / Che porta - come me». Lei, più ancora che una perla, si sente una margherita, tanto da firmarsi spesso Daisy. Vagabonda per campi e boschi e confessa: «L’unico comandamento al quale ho obbedito: “guardate i gigli”». Come nei vangeli di Luca e Matteo.

L’annullamento nella natura è così totalizzante che, verso i 40 anni, si ritira dalla vita sociale in un processo inesorabile fino a immaginarsi come «una balboa di casa e giardino», come quell’insetto di terra che si ciba solo di piccoli semi, ed è felice.

Il cuore dell’estate e i primi freddi

«Le erbacce ansimano come il cuore dell’estate, le zanzare mugolano», a settembre l’aria si fa fresca quasi fossero «lenzuola di cotone stese sul filo del bucato» e la poetessa osserva cadere le foglie «come le donne si scambiano / Sagaci confidenze / Alcune sono accenni e alcune / Portentose illazioni». Emily, nell’autunno della vita, accusa problemi alla vista, in undici anni perde sei persone care ma nulla la distoglie dal suo giardino, vero arcobaleno in terra: ne cura uno d’inverno e, quello più ampio, esterno con piante da frutto.

In cantina ci sono i vasetti di conserva e il vino di ribes ma tutto scolora via: la poetessa muore a 56 anni. Aveva lasciato scritto di bruciare ogni cosa ma, in un comò, la sorella Vinnie trova i versi scritti in grafia sottile in una quarantina di libretti rilegati a mano. La sua poesia non coincideva con il gusto ottocentesco ma ha subito successo: nel 1890 escono i Poems (esauriti in un giorno), nel 1894 una raccolta di lettere. Scrive quasi cantasse, le sue poesie sono salmi laici: «Vorrei farti vedere i giacinti che con la loro bellezza ci imbarazzano - scrive a un amico - anche se poi farsi piccoli piccoli di fronte a un fiore non è segno di saggezza ma la bellezza è spesso timidezza - forse più spesso ancora - dolore».

Emily Dickinson e i suoi giardini

Marta McDowell

L’ippocampo, pagg. 270, € 19,90

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