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Energia, centrali senza permessi. Impianti fermi per 3 miliardi

di Laura Serafini

4' di lettura

Prima di arrivare alla transizione energetica l’Italia deve assicurarsi che ci sia la sicurezza energetica, ossia la capacità di sostenere il fabbisogno di energia elettrica nazionale. Dal 2008 non si costruiscono più centrali tradizionali, anzi molti impianti obsoleti sono stati dimessi. E purtroppo lo sviluppo delle energie rinnovabili non corre come dovrebbe. Così già dal 2019 si era pensato di far costruire nuovi centrali a gas o perlomeno potenziare o ammodernare quelle esistenti.

Sulla rampa di lancio, con l’obiettivo di entrare in funzione entro luglio 2023, ci sono oltre 20 impianti in grado di mobilitare investimenti complessivi fino a 3 miliardi di euro per 4 mila megawatt di capacità. Tra questi ci sono anche i due impianti a gas a ciclo aperto che Enel ha progettato per sostituire due delle quattro centrali a carbone che intende chiudere prima del 2025: Fusina e La Spezia, in quest’ultimo caso con l’obiettivo di spegnere il carbone entro il 2023, anche se Terna potrebbe autorizzarne la chiusura già da gennaio 2022.

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In tutto oltre 1.300 megawatt, per un investimento complessivo superiore a 400 milioni. Ma in campo ci sono tutti i maggiori player italiani ed esteri: Edison, Ep, Eni, A2A ma anche le acciaierie come Arvedi.

I lavori per questi impianti, peraltro, si tirano dietro un importante effetto sull’indotto: basti pensare che una quota consistente delle commesse per realizzare le turbine a gas le ha aggiudicate Ansaldo Energia, controllata all’88% da Cdp Equity.

Processo al palo

Ora, però, questo processo è fermo. Ancora una volta a tenere al palo la partenza dei lavori sono i permessi, colpa anche dei lockdown. Per questo motivo giovedì scorso il ministro per la transizione ecologica, Roberto Congolani, ha preso un’iniziativa inedita e coraggiosa adottando un atto di indirizzo che ha rivolto a Terna e all’ Autorità per l’energia. La possibilità di costruire nuovi impianti è legata al capacity market, mercato della capacità partito dal 2019, che nella sostanza consente a utility e altri soggetti di partecipare alle aste indette da Terna impegnandosi a fornire capacità elettrica in un certo periodo, per la quale viene riconosciuto un premio sul prezzo. Esso consente una sorta di rendimento garantito per pianificare e rendere bancabili simili investimenti di lungo periodo.

Nel caso della nuova capacità elettrica, le aste hanno durata di 15 anni. Quella relativa alle centrali a carbone Enel, ma anche al nuovo impianto a gas da oltre 700 megawatt che deve costruire Ep a Tavazzano (Lodi) è per il 2023, anno in cui gli impianti devono entrare in produzione. Poichè nel 2019, quando sono state indette le aste per il 2022 e il 2023, nessun partecipante aveva in mano le autorizzazioni per costruire, Terna ha consentito di partecipare a patto di avere i via libera entro fine 2021.

Quella scadenza è trascorsa con gli iter autorizzativi ancora in corso. Così Terna, anche in considerazione della pandemia, ha concesso una proroga di 6 mesi, che è scaduta il 30 giugno scorso, fissando a luglio 2023 la scadenza entro la quale mettere gli impianti in produzione. A fine giugno di circa 4 mila megawatt erano a un buon punto del processo autorizzativo meno di un terzo degli impianti. Terna, però, non poteva fare più nulla e frattanto si avvicinava il momento di cominciare a ragione sulle aste per la capacità del 2024. Il ministro ha così deciso di intervenire, prendendo altri 4 mesi di tempo.

L’intervento del ministro Cingolani

«Mi è sembrata la soluzione più semplice – spiega Cingolani a Il Sole 24 Ore –. Mi sono consultato con tutti. Era necessario prendere una pausa di rflessione anche in vista dell’asta successiva. Questa sarà molto più ampia, più inclusiva e terrà conto di tutte le possibilità del mercato. Vediamo intanto come evolve lo sviluppo delle rinnovabili. Anche perchè il capacity market lo paghiamo, incide sul costo della bolletta per un 3% e abbiamo già fatto un grande sforzo per contenere ora gli aumenti legati alla C02. Questo rende ancora più indispensabile accelerare il processo di decarbonizzazione. Nel frattempo le semplificazioni che abbiamo fatto daranno risultati sui processi autorizzativi».

In molti casi come l’impianto di Ep a Tavazzano, l’impianto Enel di Montalto e altri hanno già ottenuto l’ok della conferenza delle regioni. Quello che accadrà è che se entro fine ottobre ci saranno impianti che non avranno ottenuto le autorizzazioni, Terna non assegnerà capacità risolvendo i contratti. Questa capacità “risolta” contrattualmente sarà calcolata come quantità mancante nel 2024, così chi non sarà riuscito ad avere le autorizzazioni avrà la possibilità di partecipare alla nuova asta per la consegna dell’impianto nel 2024. Per gli impianti che devono sostituire le centrali a carbone di Enel, in particolare quello di La Spezia che non ha ancora ottenuto la Via e poi vede le comunità locali poco favorevoli qualche rischio di non farcela c’è. «Bene ha fatto il ministro a prorogare la possibilità di ottemperare i contratti esistenti - commenta Carlo Tamburi, direttore Italia di Enel -. Se riuscissimo ad avere tutte le autorizzazioni, anche quelle degli enti locali, ci sarebbe ancora la possibilità di riuscire a partire con l’impianto a gas nel 2023».

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