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Facebook e Twitter bloccano falsi account cinesi contro Hong Kong

I social network rimuovono utenze collegabili al governo di Pechino ritenute responsabili di aver diffuso fake news per screditare le proteste in corso nella ex colonia britannica. Stesso trattamento riservato a profili riconducibili alla Russia di Putin

di Marco Valsania


Manifestanti Hong Kong usano Tinder e Pokemon Go

3' di lettura

New York - I social media americani scendono in campo contro il governo della Cina, in uno sforzo di trasformarsi in attori responsabili e lasciarsi alle spalle un passato ancora recente dove avevano lasciato correre sulla rete la disinformazione più pericolosa. Il gesto di rottura di Twitter e Facebook è senza precedenti nella loro pur difficile relazione con Pechino: hanno accusato il governo di Xi Jinping d’aver preso esempio dalla Russia di Vladimir Putin nel diffondere ad arte notizie false e commenti pretestuosi, spesso sotto mentite spoglie.

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In questo caso la manipolazione sarebbe scattata ai danni delle proteste di Hong Kong, denigrate e attaccate da una serie di tweet, account e pagine via internet come violente e radicali. La guerra della «narrativa» sulle manifestazioni di protesta contro la mano pesante di Pechino e per invocare maggiori riforme democratiche ha visto Twitter intervenire con la chiusura di quasi un migliaio di account fatti risalire ad autorità cinesi - 936 per la precisione. Erano parte, ha affermato, di «una significativa operazione di informazione sostenuta dallo Stato» che in tutto comprendeva un esercito di 200mila account, molti dei quali rimossi prima che diventassero davvero operativi.

Gli account in questione, ha continuato Twitter, «deliberatamente e specificamente cercavano di seminare tensione politica a Hong Kong, compresa l’erosione della legittimità e delle posizioni politiche del movimento di protesta sul terreno». In uno dei tweet finiti sotto accusa i dimostranti venivano paragonati a terroristi di Isis e un altro messaggio dichiarava che «non vogliamo questi radicali a Hong Kong, andate via!». Twitter ha inoltre sospeso qualunque pubblicità di media statali cinesi perché proni a aggredire il movimento di protesta - anche se l’account dell’agenzia di stampa ufficiale Xinhua raggiunge comunque, anche senza bisogno di inserzioni, ben 12,6 milioni di persone.

Facebook ha da parte sua bloccato cinque account e sette pagine, che raggiungevano in tutto altri 15mila account, oltre a tre gruppi con più di duemila membri. «Nonostante le persone alle spalle di questi account abbiano cercato di dissimulare attivamente la loro identità, le nostre indagini hanno rivelato legami con individui associati al governo cinese», ha fatto sapere Facebook. Alcune delle immagini anti-proteste bloccate vedevano volti umani sovrapposti e corpi di scarafaggi. Facebook e Twitter sono già al bando in Cina, neutralizzati da un firewall cruciale alla censura esercitata sul mercato interno dal governo. Ma la manovra segreta lanciata da Pechino con gli account fasulli è apparsa avere un altro, più ambizioso, obiettivo: condizionare l’opinione pubblica globale e incrinare la soldarietà tra e con i dimostranti.

Per le due società statunitensi, l’offensiva di Pechino è però diventata un nuovo e particolarmente significativo test di responsabilità: il banco di prova di un atteggiamento generalmente più severo contro la disinformazione, dopo essere finiti sotto accusa sia per drammi politici - l’intervento russo nelle elezioni presidenziali americane che videro l’elezione del candidato favorito da Putin, Donald Trump - che per vere e proprie tragedie, quali gli eccidi sofferti dalla minoranza islamica in Sri Lanka alimentati da messaggi incendiari e falsi comparsi sul social network. Twitter e Facebook, nei mesi scorsi, erano intervenuti contro finti account considerati legati, oltre che a Mosca, anche all’Iran e al Venezuela. Adesso una sfida a Pechino potrebbe assumere proporzioni ancora più rilevanti. Non solo sul palcoscenico di Hong Kong.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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