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Festival di Cannes: Bellocchio strepitoso con un «Esterno notte» applauditissimo

La serie incentrata sul rapimento di Aldo Moro è una delle opere più intense viste negli ultimi tempi. Esiti positivi anche per «Le vele scarlatte» di Pietro Marcello

di Andrea Chimento

3' di lettura

Ottima partenza a Cannes per il cinema italiano: entusiasma «Esterno notte», la serie di Marco Bellocchio incentrata sul rapimento di Aldo Moro, e convince «L'envol» di Pietro Marcello, scelto come film d'apertura della Quinzaine des Réalisateurs.

Diciannove anni dopo il bellissimo «Buongiorno, notte», Bellocchio ha scelto di tornare su uno dei fatti di cronaca che hanno segnato il Novecento italiano: divisa in sei episodi, «Esterno notte» è stata presentata integralmente all'interno della sezione Cannes Première e uscirà nelle nostre sale in due parti (la prima già questa settimana, la seconda il 9 giugno) prima di venire trasmessa in autunno dalla Rai.Aperta da un incipit folgorante e ricco di quella forza immaginifica che ha spesso contraddistinto la carriera del regista classe 1939, la serie (che si potrebbe senza dubbio definire un film a tutti gli effetti, seppur di durata superiore alle 5 ore) si concentra nel primo episodio sui giorni che precedono il rapimento, con grande attenzione sull'alleanza che si stava formando tra il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana.

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Se già in questa prima parte si coglie tutta la potenza artistica e narrativa dell'operazione, sarà col proseguire degli episodi che emerge ancora di più il vero senso di una serie che riesce meravigliosamente ad allargare le prospettive di lettura di un fatto già così noto e chiacchierato.

La molteplicità dei punti di vista

Dopo il momento del rapimento, mostrato in chiusura del primo capitolo, si apre una vera e propria molteplicità di punti di vista, con la sceneggiatura che segue gli “altri” protagonisti della vicenda, (ri)partendo dall'allora Ministro dell'Interno Francesco Cossiga e, nel terzo episodio, da Papa Paolo VI.Dai brigatisti ai famigliari di Aldo Moro, Bellocchio riesce a offrire una panoramica impressionante su tutte le forze in campo, trovando una potenza drammaturgica notevolissima soprattutto quando si concentra sul lato privato dei vari personaggi in scena. Ci sono infatti passaggi persino commoventi in questa grande narrazione capace di parlare dell'Italia di ieri e di parlare allo stesso tempo agli italiani di oggi, attraverso una serie di riflessioni ancora di grande urgenza, sia da un punto di vista politico che da un punto di vista umano.A questo grande risultato contribuisce anche un cast in formissima, che comprende (tra gli altri) Fabrizio Gifuni (Aldo Moro), Margherita Buy (Eleonora Moro), Toni Servillo (Papa Paolo VI) e Fausto Russo Alesi (Francesco Cossiga).

Dopo l'ottimo documentario «Marx può aspettare», presentato proprio a Cannes lo scorso anno, Bellocchio si conferma uno dei grandi registi del nostro cinema e un autore sempre capace di trasmettere emozioni fortissime allo spettatore; il suo film è stato celebrato in sala con 10 minuti di applausi.

Le vele scarlatte

Molto atteso era anche «Le vele scarlatte», esordio in lingua francese per Pietro Marcello, che dimostra ancora una volta il suo talento dopo «Bella e perduta», «Martin Eden» e «Per Lucio».Ispirato a «Vele scarlatte», romanzo russo del 1923 di Aleksandr Grin, il film è ambientato nel Nord della Francia e parla di Juliette, giovane orfana di madre, che vive con il padre, un soldato sopravvissuto alla Prima guerra mondiale. Appassionata di musica e di canto, Juliette ha uno spirito solitario. Un giorno, lungo la riva di un fiume, incontra una maga che le predice che delle vele scarlatte arriveranno per portarla via dal suo villaggio: Juliette non smetterà mai di credere alla profezia.Ha i toni e le atmosfere di una favola d'altri tempi questo suggestivo lungometraggio in cui Marcello utilizza le immagini d'archivio meno del solito (seppur il film si apra proprio in questo modo) e in cui si segue la crescita della protagonista e il rapporto, toccante e fatto di piccoli gesti, con il padre.La prima parte è più affascinante della seconda, ma il disegno complessivo regge efficacemente e colpisce come il regista riesca a trasportarci in un luogo che sembra sospeso nel tempo e nello spazio.Nel cast ci sono Louis Garrel, Noémie Lvovsky e Yolande Moreau, ma le emozioni più grandi le regala lo sguardo dolcissimo di Raphaël Thiéry.


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