L’INTERVISTA STEVEN LIBERMANN

«Findus sbarca nella miniera degli hamburger impossibili»

«Un mercato che oggi vale 4,6 miliardi di dollari. In quattro anni arriverà a sei». «Prodotti green: stimati ricavi fino a 120 milioni di euro in tre anni in Europa»

di Micaela Cappellini

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Ricerca alimentare. I nuovi hamburger Findus senza carne

«Un mercato che oggi vale 4,6 miliardi di dollari. In quattro anni arriverà a sei». «Prodotti green: stimati ricavi fino a 120 milioni di euro in tre anni in Europa»


3' di lettura

Hanno il sapore della carne e la consistenza della carne, ma non sono fatti di carne. Sono gli hamburger, le salsicce e le polpette della linea Green Cuisine che Findus lancia oggi in Italia, dopo averli proposti per la prima volta a fine 2019 in Gran Bretagna. Sull’hamburger impossibile da tempo si esercitano gli Stati Uniti, tra società rampanti quotate al Nasdaq e investimenti eccentrici delle star di Hollywood come Leonardo Di Caprio. E anche in Italia, a macchia di leopardo, sono ormai spuntati i primi locali gourmet che offrono panini ripieni di carne artificiale. Dov’è allora la novità? È che Findus sta per trasformare l’hamburger impossibile in un prodotto di massa, che sarà disponibile nei reparti freezer di tutte le principali catene di supermercati italiani. A un prezzo politico compreso tra i 2,70 e i 3,50 euro. L’impossibile burger diventa insomma un prodotto destinato al largo consumo. Un «hamburger democratico», come lo chiama Steven Libermann, managing director Southern Europe di Findus, che dal 2015 è entrata a far parte del gruppo Nomad Foods.

Come è nata l’idea di entrare nel mercato dei prodotti sostitutivi della carne?
Abbiamo cominciato a lavorare a questi prodotti due anni fa, nei nostri laboratori di ricerca. È un investimento che ci ha richiesto molte risorse, ma in cui crediamo molto. Il mercato di questi alimenti è molto promettente: oggi vale già 4,6 miliardi di dollari a livello globale e supererà i sei entro i prossimi quattro anni. In Europa ci aspettiamo di ricavare da questa linea di prodotti green fino a 120 milioni di euro in tre anni. Siamo già sbarcati in Gran Bretagna e in Irlanda: entro la fine del 2020 contiamo di raggiungere altri 12 Paesi europei, tra cui appunto l’Italia.

Di che cosa sono fatti, i vostri burger e le vostre polpette green?
La base proteica è ricavata dai piselli gialli, li acquistiamo in vari Paesi europei, soprattutto dalle campagne dell’Europa centrale. A differenza della soia utilizzata per molti di questi hamburger impossibili prodotti negli Stati Uniti, i nostri piselli non sono Ogm. A questa base proteica vengono aggiunti altri ingredienti per ottenere l’aspetto, la consistenza e il gusto degli hamburger di carne. Il sapore è un po’ speziato: rispetto ai primi che abbiamo distribuito nel Regno Unito, quelli destinati all’Italia abbiamo dovuto alleggerirli di sapore, per adeguarli ai gusti locali.

Chi pensate possano essere i consumatori della linea Green Cuisine?
Non puntiamo necessariamente al pubblico dei vegetariani. Ci rivolgiamo anche a chi non vuole smettere di mangiare la carne, ma semplicemente vuole mangiarne di meno perché è interessato ad avere comportamenti di consumo più sostenibili dal punto di vista ambientale. Questi prodotti realizzati con i piselli forniscono un apporto di proteine del tutto simile a quello degli hamburger tradizionali, ma contengono meno grassi e più fibre e, soprattutto, nella fase di produzione consentono un risparmio di acqua dell’80% e sette volte meno emissioni di CO2.

Dove vengono prodotti?
Li produciamo nella nostra fabbrica di Valladolid, in Spagna, e da lì li distribuiamo in tutta Europa. Abbiamo scelto questo stabilimento perché qui avevamo dello spazio inutilizzato che ci consentiva di aggiungere nuove linee produttive. Alla linea Green Cuisine oggi lavorano già 300 persone.

Come si sente, a sfidare società come Beyond Meat o Impossible Foods, che al Nasdaq hanno fatto incetta di capitali?
Queste società americane sono state dei veri e propri pionieri del settore. Noi siamo un gruppo europeo e non abbiamo alcuna intenzione di operare negli Usa. Rispetto a queste società, però, noi possiamo essere più veloci e soprattutto, poiché vendiamo attraverso la grande distribuzione, possiamo avere un impatto di massa molto maggiore. I nostri prodotti sono facilmente accessibili a tutti i consumatori. Puntiamo ad essere i primi, sul mercato dei surgelati. E credo che in Europa, in questo segmento, non abbiamo ancora dei veri competitor.

Durante il lockdown, le vendite di surgelati in Italia hanno registrato un vero balzo in avanti. Si tratta di prodotti che ben si prestano a fare scorte e durano a lungo. Ora che la quarantena è finita, pensa che questo boom dei surgelati possa continuare?
Tra aprile e maggio il mercato europeo dei surgelati è cresciuto del 28%. Come Findus, in Italia abbiano guadagnato un extra pubblico di 1,6 milioni di famiglie e i dati ci dicono che il 70% dei clienti continuerà a comprare più surgelati anche ora che il lockdown è finito. I consumatori hanno semplicemente riscoperto questo genere di prodotti, che durano nel tempo e permettono di evitare gli sprechi perché dalle confezioni si può prendere solo la parte che serve, rimettendo il resto nel congelatore. Per il resto dell’anno ci aspettiamo che il mercato cresca ancora del 12% e sono ottimista che chiuderemo il 2020 al di sopra delle previsioni di inizio anno.

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