Interventi

Il nuovo antitrust di Biden, quello di Obama e della Ue

di Antonio Perrucci

4' di lettura

L'Executive Order (EO) del Presidente Biden rafforza ulteriormente la strategia della nuova amministrazione americana in materia antitrust. Una valutazione circa la portata dell'EO deve tenere conto di diversi piani di analisi.
In primo luogo, siamo di fronte ad un radicale mutamento nella strategia antitrust dell'amministrazione americana, che riprende ma va oltre l'analogo atto emanato dal Presidente Obama nel 2016. In estrema sintesi, si tratta del ritorno all'antitrust delle origini, nella versione promossa da Louis Brandeis un secolo fa, superando quindi l'approccio della scuola di Chicago, come declinato da Robert Bork (The Antitrust Paradox); un approccio quest'ultimo basato fondamentalmente sulla tutela del benessere consumatore ed il ruolo cruciale dei prezzi. Le espressioni utilizzate da Biden - nel discorso che ha preceduto la firma dell'EO - sono estremamente chiare al riguardo; basta leggerle. Il superamento di un intervento antitrust circoscritto alla tutela del consumatore lo si rinviene anche nella sequenza con cui l'EO menziona i vari stakeholder che dovrebbero beneficiare della nuova impostazione: i lavoratori, le piccole e medie imprese e gli agricoltori, gli imprenditori, soprattutto i nuovi imprenditori, e – quindi – i consumatori.
In secondo luogo, l'EO di Biden supera un limite della precedente iniziativa di Obama: un Executive Order troppo basato sui principi, per la preoccupazione – comprensibile – di non incidere l'indipendenza delle diverse Agenzie preposte alla vigilanza antitrust (FTC, FCC etc). In tal senso, l'EO di Biden ha un carattere maggiormente “prescrittivo” ed indica materie e forme di intervento, di cui le Agenzie dovranno necessariamente tenere conto, considerato peraltro che Biden è all'inizio del proprio mandato.
In terzo luogo, sul piano dei contenuti, le indicazioni riguardano molti settori dell'economia americana: un elenco di ben 72 punti specifici. Non è quindi una misura rivolta prevalentemente al settore high tech, ed in particolare alle piattaforme digitali. In realtà, grande attenzione è riservata a mercati “tradizionali”, quali il settore agricolo, quello farmaceutico e la sanità, i trasporti ferroviari e le spedizioni, nonché il mercato del lavoro. Vero è che si propongono interventi anche nei mercati delle telecomunicazioni e delle tecnologie dell'informazione, con considerazioni preoccupate circa il potere di mercato assunto da alcune grandi piattaforme digitali.
Tuttavia, con riguardo ai mercati digitali, il pivot della lotta al potere di mercato delle grandi piattaforme digitali sarà la FTC, in particolare il suo Presidente Lina Khan. Grande importanza avranno anche le iniziative avviate dal Department of Justice (DoJ), con l'adesione di molti Stati federali, nei confronti di Google, Facebook ed altri giganti digitali. Sarà poi importante verificare quali riflessi avrà la nuova politica antitrust sulle valutazioni dei giudici federali: servirà del tempo, ovviamente. Intanto, registriamo che, a fine giugno, Facebook ha vinto la causa contro FTC che la accusava di abusare del suo potere di mercato.
Da quanto precede, appare improprio un parallelo tra l'EO di Biden e la regolamentazione dei mercati digitali avviata dalla Commissione europea, con le diverse proposte di regolamento: in particolare, i quattro atti ora in consultazione, il Digital Services Act (DSA), il Digital Markets Act (DMA), il Data Governance Act (DGA) ed il Regolamento in materia di Intelligenza Artificiale. Vi sono alcuni punti di contatto, ma niente di più.
Peraltro, è evidente la maggiore tempestività dell'amministrazione USA rispetto alle lunghe e complesse procedure comunitarie, che finiscono con il penalizzare l'industria europea, soprattutto nel caso di mercati interessati da processi di innovazione tecnologica continui e rapidi, come accade per beni e servizi digitali.
Consapevole di questo limite, la Commissione sta cercando di accelerare i tempi del proprio intervento, con il ricorso ormai sistematico allo strumento del Regolamento, rispetto a quello della Direttiva. Anche l'utilizzo degli atti delegati da parte della Commissione va in questa direzione.
In questo modo, i poteri di regolamentazione si stanno ulteriormente spostando verso Bruxelles, riducendo così lo spazio di intervento degli Stati e della autorità amministrative indipendenti nazionali. Un'osservazione – preoccupata - è stata espressa di recente dal Segretario generale dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, in occasione di un'audizione alla Camera sulla proposta di regolamento Digital Markets Act.
Con il nuovo quadro regolamentare per il digitale, si pone, quindi un problema di rapporto istituzionale tra gli Stati membri (e le loro autorità amministrative) e la Commissione europea. Si tratta di un profilo che ha diversa declinazione negli Stati Uniti, laddove il profilo istituzionale riguarda la coerenza tra l'impostazione promossa dal Governo centrale e la concreta declinazione delle norme da parte delle Agenzie di regolazione e vigilanza, oltre che dalle decisioni dei tribunali federali.
In ogni caso, l'economia digitale, in genere, e l'area di azione delle grandi piattaforme digitali – difficilmente limitabile entro confini geografici – in particolare, richiederanno sempre più una intensa collaborazione e cooperazione tanto tra gli Stati membri e la Commissione europea, quanto tra l'Europa e gli Stati Uniti. Le problematiche poste dal Cloud Act (ed altre norme statunitensi) nel caso dell'industria europea del cloud, in particolare per i servizi destinati alla Pubblica Amministrazione, sono un esempio della necessità di definire un quadro di norme quanto più possibile coerente e condiviso tra le due sponde dell'Atlantico.

Antonio Perrucci
docente Lumsa e Direttore Astrid LED


Loading...
Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti