FUSIONI e acquisizioni

Freno di Pechino sui capitali: crollano gli investimenti in Europa

di Gianluca Di Donfrancesco


L'economia cinese rallenta, crescita del Pil "solo" +6,2%

3' di lettura

Scendono ai minimi dal 2015 gli investimenti diretti esteri (Ide) cinesi in Europa, mentre rimbalzano quelli nel Nord America. Un recente report della law firm Baker McKenzie fotografa a 9 miliardi di dollari gli investimenti completati nei primi sei mesi del 2019 dai gruppi cinesi nei 28 Paesi della Ue, più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. La flessione è del 26% su base annua. Lontanissimo il picco di quasi 54 miliardi di dollari raggiunto nel primo semestre del 2017.

Canada e Stati Uniti, tra gennaio e giugno di quest’anno, hanno attirato 3,3 miliardi di dollari, con un aumento del 19%, tutto concentrato negli Stati Uniti (il flusso verso il Canada è invece rimasto fermo). Anche in questo caso, il dato è molto distante dal picco di tutti i tempi a quota 28,4 miliardi di dollari, raggiunto nel secondo semestre del 2016.

A livello globale, la flessione delle operazioni di fusione e acquisizione annunciate dalle società cinesi è stato del 60%, a 20 miliardi dollari. «Si è esteso anche all’Europa il calo, che da qualche anno a questa parte era già evidente negli Stati Uniti», spiega Marco Marazzi, partner di Baker McKenzie. Le cause principali sono il rallentamento dell’economia cinese (nel secondo trimestre dell’anno, il Pil è cresciuto del 6,2%, il minimo da circa 30 anni) e i limiti agli investimenti all’estero decisi da Pechino, per contrastare la fuoriuscita di capitali e la sovraesposizione di alcuni grandi gruppi.

A questi fattori endogeni si è successivamente aggiunta, rileva Marazzi, la stretta adottata soprattutto dagli Stati Uniti sugli Ide in arrivo dalla Cina, nell’ambito della guerra dei dazi e per la supremazia tecnologica tra le due superpotenze. Sotto l’amministrazione Trump, l’agenzia che vigila sulle acquisizioni estere, il Committee on Foreign Investment in the United States (Cfius), è diventata molto più aggressiva.

Anche in Europa il clima è cambiato, sull’onda dello shock causato in Germania nel 2016 dall’acquisizione del gioiellino tedesco dei robot industriali, Kuka, da parte del colosso cinese degli elettrodomestici Midea. A marzo di quest’anno, Bruxelles ha adottato un regolamento che rafforza la vigilanza e la cooperazione tra gli Stati membri sugli Ide in ingresso con rilevanza Ue: le nuove regole sono in vigore da aprile, ma faranno sentire i propri effetti solo da ottobre dell’anno prossimo e sono lontane dal definire un quadro paragonabile a quello statunitense, con competenze che restano saldamente nelle mani degli Stati membri.

La frenata degli investimenti cinesi interessa in particolare le società pubbliche: il 94% dei capitali arrivati in Nord America ed Europa nella prima metà del 2019 proviene infatti da gruppi privati. Anche questa è la conferma di un trend. In Europa, gli Ide delle aziende di Stato sono scesi al 6%: nei cinque anni precedenti avevano rappresentato più della metà del totale. Negli Usa, nella prima metà del 2019, questo dato è sceso all’8 per cento. Il disimpegno da parte dei big di Stato ha un legame diretto con il cambio di linea sullo shopping cinese negli Stati Uniti e in Europa: sono le stesse aziende “bersaglio” a essere diventate più prudenti.

LA CINA INVESTE MENO ALL’ESTERO
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L’ingresso sulla scena dei gruppi privati, «può rappresentare un’opportunità per l’Italia», sottolinea ancora Marazzi, considerate le affinità tra aziende, che in entrambi i Paesi, sono molto spesso a proprietà familiare.

Nel primo semestre dell’anno, gli investimenti diretti in Italia sono diminuiti del’11%, nonostante l’acquisizione del gruppo Candy da parte della cinese Haier, per 547 milioni di dollari, operazione annunciata a settembre 2018 e chiusa a gennaio 2019. Il controverso Memorandum of understanding sulla Via della seta, siglato a marzo in occasione della visita del presidente Xi Jinping a Roma, non ha finora generato risultati significativi.

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