Giusto processo

Giustizia, in un libro il difficile ruolo del testimone

Che cosa rischia la persona informata sui fatti? Un libro fa luce sugli obblighi di parola e di verità

di Salvatore Scuto

(Семен Саливанчук - stock.adobe.com)

4' di lettura

Nel Paese in cui sembra impossibile rimarginare le ferite profonde e dolorose che ne hanno deturpato il volto ed il corpo, neanche nei casi in cui una verità giudiziaria è stata raggiunta, la riflessione profonda ed articolata sugli obblighi di parola e verità che, nel processo penale, gravano sui testimoni è senza dubbio un'occasione preziosa. Riflessione che appare ancor più opportuna a cinque anni dall'introduzione del reato di depistaggio, fattispecie problematica e sulla cui genesi ritorneremo.

Francesca Consorte se ne occupa con rigore scientifico in un libro appena edito da Giappichelli con un titolo, “L'individuo nell' ‘ingranaggio processuale'. I rischi della giustizia penale connessi agli obblighi di parola e di verità”, che è già una plastica epifania del suo contenuto.

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I rischi penali del dichiarante

Una monografia che ha il respiro più ampio ben individuato da Marcello Gallo nella sua prefazione, quando ricorda che la regolarità della prova dichiarativa ed il Giusto Processo previsto dalla Carta costituzionale “stanno come il lato necessario al triangolo sta al triangolo stesso”.

L'intento dichiarato dell'autrice è però quello di “snidare” i rischi penali, almeno quelli più rilevanti, cui è esposto il dichiarante nella fondamentale consapevolezza che quegli stessi rischi possono facilmente tradursi in un rischio per la stessa Giustizia penale.

Così, all'ottica tradizionale garantista che ha al suo centro la figura dell'accusato si sostituisce la sperimentazione, forse per la prima volta in modo così organico, volta a verificare, nell'intento di superarli, i rischi penali cui è esposto il dichiarante, soggetto terzo rispetto al fatto da accertare, una volta che si imbatte nella macchina della Giustizia.

Lo statuto della prova dichiarativa è composto da una nutrita serie di norme sanzionatrici che spesso anticipano la tutela dell'interesse protetto; il che significa che per la loro applicazione è sufficiente la mera ed astratta idoneità della condotta tipica senza che sia necessaria la verifica in concreto della lesione del bene giuridico protetto.

Da qui la diffusa tendenza da parte degli inquirenti e degli stessi giudicanti di individuare responsabilità anche nei casi in cui l'infedeltà o la falsità del testimone si risolva nell'avere questi deluso le aspettative dei primi, allorché egli abbia fornito una “verità” non coerente con le loro stesse attese ovvero con la “verità” che si intende dimostrare per via giudiziale.

La tutela della “persona informata dei fatti”

L'autrice, avveduta dei rischi che un tale circolo vizioso ingenera, pone al centro della sua riflessione la persona informata sui fatti (nelle sue diverse qualificazioni), un soggetto considerato una fonte neutra di informazioni, come tale da preservare e tutelare.

Il punto di equilibrio, in una materia così problematica e delicata, risiede proprio nel contemperamento tra il bene giuridico tutelato dalle ipotesi di responsabilità penale riconnesse alla falsità dichiarativa e la tutela della libertà di autodeterminazione della fonte dichiarativa.

E quindi se da un lato l'efficienza e l'effettività della Giustizia Penale sono beni fondamentali meritevoli di protezione, dall'altro altrettanto indispensabile per lo stesso buon andamento dell'accertamento processuale è la tutela del dichiarante.

Ad orientare tale analisi è il rispetto del principio di offensività che nell'ambito dei reati di falsità dichiarativa contro l'Amministrazione della Giustizia, molte volte, viene depotenziato sino ad assumere un ruolo di mera facciata.

Ecco così emergere un catalogo di indubbio interesse di cui fanno parte i rischi connessi all'interpretazione sia quando individua il bene giuridico tutelato esclusivamente nella tutela dell'interesse strumentale della veridicità e completezza della prova testimoniale; sia quando è improntata alla massima anticipazione della tutela che comporta l'adozione di un metodo di verifica dell'offensività concreta fondato su di un'analisi ex ante; sia infine i rischi che derivano dall'interpretazione degli stessi obblighi di verità attesa la complessità e problematicità dello stesso concetto di verità.

Interessi in equilibrio e reato di depistaggio

La criticità del difficile equilibrio tra tutela dell'interesse superiore dell'Amministrazione della Giustizia e della libertà di espressione e di autodeterminazione del dichiarante terzo (con l'effetto di aumentare esponenzialmente il rischio penale di quest'ultimo) emerge con maggiore vigore quando l'analisi dell'autrice si concentra sul reato di depistaggio.

Introdotto con la legge n.133/2016 ed entrato in vigore in una data assai significativa quale quella della strage di Bologna, il reato previsto dall'art. 375 c.p. caratterizza un disegno di politica giudiziaria incentrato sulla repressione.La fattispecie si rivolge al pubblico ufficiale ed all'incaricato di pubblico servizio e ne punisce sia il falso materiale che quello formale commessi al fine di impedire, ostacolare o sviare un'indagine o un processo penale.

Significativo, nell'ottica dell'autrice, è il fatto che il legislatore abbia deciso di non estendere al depistaggio la causa di sospensione introdotta nell'ambito delle false informazioni sia al pubblico ministero che al difensore.

Sospensione la cui funzione è proprio quella di tutelare la libertà di autodeterminazione del dichiarante sia rispetto ai timori di una sua incriminazione connessa alle dichiarazioni rese, sia rispetto alla stessa pressione psicologica che deriva dal mero incedere del procedimento.

Effetti di un’ideologia del processo penale

La fattispecie, così, sembra essere figlia di un'ideologia del procedimento penale inteso come strumento asservito anche all'interesse della vittima di conoscere la verità e come strumento di pressione al fine di far emergere la verità.

Da questo punto di vista, pertanto, la fattispecie contribuisce a soddisfare il “diritto alla verità” nel procedimento penale così riconosciuto alle vittime nel solco della tendenza sovranazionale che vede le indagini, il processo e l'inflizione della pena come strumenti asserviti anche agli interessi delle vittime.

A fronte di ciò le condivisibili perplessità sulla legittimità della previsione in generale e sulla legittimità della pena draconiana che la caratterizza, in ultima analisi sulla sua stessa ragionevolezza.

Ancora una volta un intervento destinato ad acuire la difficoltà di gestire in modo equilibrato gli interessi in gioco, in modo che convergano verso un obiettivo superiore e comune che è quello di “garantire il Giusto Processo, unica via per ricostruire quella verità su cui si basa la pronuncia giurisdizionale”.

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