Tecnici e Parlamento

Gli spazi di democrazia che migliorano i piani (anche quelli salvifici)

Oggi è la stessa competenza sui fini, propria ed esclusiva dell’uomo politico, che appare ridotta in ambiti angusti

di Natalino Irti

(Bloomberg)

3' di lettura

Torna dall’esilio la parola “piano”. Fu travolta nelle rovine del Muro di Berlino, e messa al bando dal pensiero unico e totalitario del “liberismo”. Ma ecco che si riaffaccia, non con timidezza e pudore, ma con la perentoria alterigia di uno strumento salvifico. Piano – che sia individuale o collettivo, pubblico o privato – sempre indica disegno d’insieme, volontà direttiva, scelta di scopi, calcolo di mezzi. Esso esclude il soggettivismo arbitrario, la labile mutevolezza dei fini, l’anarchia delle volontà, poiché è dominato da una rigorosa razionalità. Anche i piani individuali (il «tutti facciamo piani» di Luigi Einaudi) presentano la necessità di un vincolo, di un percorso di vita che scegliamo e imponiamo noi stessi.

Il problema del piano accompagna da un secolo anche la nostra storia. È pur necessario risalire agli anni Trenta del secolo scorso, quando i teorici del corporativismo (e in ispecie gli studiosi pisani raccolti intorno al filosofo Ugo Spirito), diagnosticavano la crisi dell’economia liberale, contrapponendo una “economia programmatica”, la Planwirtschaft che allora si andava elaborando anche in scuole tedesche. Sulle pagine di Spirito aleggiano miti e dogmi del fascismo, ma lo sguardo acuminato del filosofo tocca profili, che oggi riemergono con fresca vivacità. Così, il profilo degli “esperti” e delle competenze tecniche, la necessaria collaborazione tra gli ufficî, la fine dell’astrattismo: «Il laissez faire – scrive Spirito nel 1932 con inatteso tono di ironia – costringeva il professore a guardare dall’alto della cattedra: il programma lo trascina giù a tracciare le linee direttive dell’azione».

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E di questi dibattiti, e del loro sfondo ideologico, rimane sicura orma anche nella nostra Costituzione, che, nel terzo comma dell’art. 41, stabilisce: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica o privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». E molti tra noi hanno memoria di convegni e seminarî, e documenti politici e progetti legislativi, che, a metà degli anni Settanta, agitavano i problemi dei “piani” o “programmi”, e si affaticavano a distinguere in essi il prescrivere e il raccomandare, il suggerire e il dirigere.

Oggi i problemi ritornano in altra situazione storica, ma risvegliano vecchie domande di carattere sostanziale, e pongono nuovi e stringenti interrogativi. Altro è il piano in un regime totalitario o autoritario (Russia sovietica, Germania nazionalsocialista, Italia corporativa); altro, in uno Stato democratico. È davvero significativo che lo stesso Ugo Spirito, dedicando un suo libro del 1963 alla “Critica della democrazia”, riservi il denso capitolo terzo a “Il piano”, e finisca per concludere: «Il passaggio, poi, dal piano nazionale al piano internazionale elimina ogni residuo di una politica che non sia espressione di competenza. Col costituirsi del piano si esaurisce il compito storico della democrazia. La democrazia è finita».

Chi sappia guardare oltre la compiaciuta nettezza della prosa filosofica, scorge il grave problema del piano in un regime democratico: dove il criterio della maior pars viene, o sembra venire, in conflitto con la razionalità delle competenze tecniche. La stessa competenza sui fini, propria ed esclusiva dell’uomo politico, appare ridotta in àmbiti angusti: i fini appartengono al piano (o alle autorità ed enti che provvedono al sostegno finanziario), e piegano tutte le volontà verso un risultato comune. Allora non c’è altra soluzione che inventare o suscitare spazî di democrazia, cioè di determinazione politica secondo il criterio maggioritario, all’interno del piano, in quella zona in cui può svolgersi lo spirito critico e la varia libertà degli individui. In campi, a titolo d’esempio, come la scuola o l’organizzazione aziendale la democrazia può riprendere respiro, animare dibattiti, concludersi nel voto. Il consenso parlamentare, manifestato sulle linee generali e sul disegno complessivo, è una timida garanzia di democraticità, e si muove al di fuori del concreto sviluppo del piano e dei suoi singoli capitoli. Più intensa partecipazione si vuole attendere all’interno delle fasi attuative, capaci di aprirsi al contributo della società civile e delle comunità “intermedie”.

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