sport e finanza

Goal o plusvalenze? La rivoluzione dei fondi e la mutazione genetica del calcio

Chi ha preso il timone per raddrizzare e redditivizzare la barca di molti club d'Europa, metterà ancora la vittoria sul prato verde al centro di gravità permanente del progetto?

di Giulio Peroni

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Il presidente dell’Inter, Steven Zhang (Epa)

4' di lettura

Il calcio corre. In molteplici direzioni, tante fuori dal rettangolo di gioco. Non più solo sulla linea ostinata e contraria della contesa. Dilemmi pallonari, pillole di futuro: la vittoria più importante sarà ancora quella della palla che scavalca il portiere ed entra in porta? La migrazione del potere nel grande calcio, che dalle mani dell’economia sta passando a quelle più articolate del mondo finanziario, che vuole vincere soprattutto (o solo?) nelle plusvalenze e nei ricavi, apre interessanti scenari. E relativi cambiamenti strutturali. Persino esistenziali, per i poeti estinti del calcio perduto.

La rivoluzione dei fondi

Quali saranno le vere priorità? Ormai siamo all’ascesa di un Rinascimento solido targato private equity. Contrapposto a un Medioevo balistico votato all'epica che fino a ieri viveva più di follie (tasche bucate) dei suoi magnati, emiri arabi compresi, che di chirurgia finanziaria e joint venture. Intanto la nave-calcio va dritta, percorre miglia a vele spiegate. Nell'inevitabilità dei tempi, nella rivoluzione morfologica dei suoi attori. Per andare dove, e soprattutto perché? Chi ha preso il timone per raddrizzare e redditivizzare la barca di molti club d'Europa, metterà ancora la vittoria sul prato verde al centro di gravità permanente del progetto? Chissà. E chissà se “Vincere non è importante, è tutto”, massima di Giampiero Boniperti, resterà ancora filosofia maxima ed essenziale per i nuovi padroni delle grandi società di calcio.

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La situazione di Suning

La domanda probabilmente è anche nella testa dei cinesi del gruppo Suning, proprietari del 68,55% dell'Inter. Suning, ricordiamolo, è una company a trazione economica. In seconda battuta finanziaria. Un colosso “fisico” con oltre 13 mila negozi ed una piattaforma e-commerce con 470 milioni di utenti registrati. Approdati all'Inter nel 2016, quando investire nello sport fuori confine era un “must” della Cina. La famiglia Zhang di Suning è sbarcata a Milano con l'intento (dichiarato) di costruire in primis un progetto sportivo. Senza limiti di ambizioni. Certo per far vincere di sponda anche il brand Suning. Un planning “made in goal” di Lukaku & soci, di coppe da alzare al cielo che oggi, causa pandemia, zero introiti dal botteghino, contrazione del mercato, chiusura dell'esercizio al 30 giugno 2020 con perdita pari a 102,4 milioni (diminuzione dei ricavi di 45 milioni), non sembra più facilmente percorribile. Dal governo di Pechino l’invito- diktat è quello di contenere le perdite. Disinvestire nelle piattaforme sportive. Da lì non se ne esce.

Inter in cerca di rilancio

E così, anche se l’Inter rappresenta una quota-parte molto bassa nella galassia Suning, è anche (se non soprattutto) la perdita di competitività sportiva, l'interruzione di un progetto di grandeur calcistica, a far voler alzare bandiera bianca e non più nerazzurra all'azienda di Nanchino. Non a caso alla ricerca di un partner per il rilancio (BC Partners in pole), o addirittura di un nuovo proprietario (qui tutte le domande e le risposte sulla trattativa). Perché una struttura come quella cinese, persino familiare, legata a sovranità e cultura nazionali, non trasversali, oggi è cosa già di ieri.

Anche se nel 2016, quando Suning sbarcò nella Milano interista, sembrò l'inizio di una nuova avanguardia. In parallelo all'americano Pallotta nella Roma, che per primo in Italia ha dato il via al calcio globalista. In pratica la fine del calcio del vecchio millennio, quando al timone dei club c'erano ancora l'industria, gli industriali nostrani. Quando la grande Economia nutriva il pallone, e viceversa. E sempre o quasi per sfamare un sogno privato. Talvolta remoto, ancestrale.

Il vecchio calcio dei presidenti-magnati

Non c'era ancora il fair play finanziario dell'Uefa che dava equità tra spending e ricavi, e che oggi esclude (salvo miracoli) la possibilità di coltivare sogni proibiti. C'erano invece le fughe finanziarie in avanti di presidenti emotivi ed avventurieri. Quel calcio, quello dei presidenti nominali e non delegati, e forse anche quello dei super magnati provenienti dal medioriente, è ormai finito in fuorigioco. Da un pezzo. Ora è il tempo dei Fondi internazionali. Delle aziende di private equity, specializzate in acquisizioni e buyout. I cui investimenti nel mondo dello sport ammontano ad oggi ad oltre 13 miliardi di dollari.

I Fondi hanno come primo obiettivo l'efficienza delle strutture, ottengono credito a condizioni più vantaggiose, spesso hanno un grande allineamento di interessi tra proprietà e management, quest'ultimi proprietari di quote nel capitale della società. Per questo i Fondi acquistano i club in difficoltà. Ne intravvedono potenzialità, appeal per investitori, nuove partnership trasversali. Teoricamente con l'obiettivo di “aggiustare” il club acquisito, per poi rivenderlo lucidato, con un motore nuovo. Resta da capire se nel mezzo del cammino finanziario vi sia spazio e centralità, per alcune o molte di queste società di investimenti, anche per un progetto di vittoria sportiva. Un binomio monetario- emotivo non solo funzionale alla plusvalenza, ma anche e soprattutto simmetrico e non contrapposto al vero core busness del calcio: il sentimento della bandiera, la sua memoria storica. Senza i quali non torneranno mai i conti. Nemmeno al club più ricco.

Elliott e il Milan

Lo statunitense Elliott del Milan ha fiutato l’importanza della dinamica, la formula magica del sodalizio pragmatismo-emotività. Ha decisamente virato in quella direzione. Riprendendo l'imprescindibilità della storia (Paolo Maldini nel pacchetto dirigenziale), perseguendo una comunicazione più calcistica e tradizionale. Prima si parlava del Fondo Elliott traghettatore, poco interessato alla causa rossonera, alla ricerca di un nuovo acquirente. Con effetto camomilla (se non di distacco) della folta utenza rossonera. Ora Elliott è più proprietà, non sembra (o forse non è più) un'entità di passaggio. Che dopo aver costruito una squadra veloce e di grande collettivo, ora in testa al campionato, aspetta il ritorno di Ibra e il rinnovo di Donnarumma per puntare allo scudetto. La Grande scommessa del nuovo corso dei Fondi Monetari è proprio questa. Dare una faccia, un'urgenza di successo, non solo un consiglio d'amministrazione e di investitori, ai nuovi proprietari del calcio. L'amore nel calcio, senza follia e passione, non porta ricavi. Ma se saranno rose (e Fondi), forse fioriranno.

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