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Google, il miliardario Thiel accusa di tradimento pro-Cina. Trump promette di indagare

di Marco Valsania


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Peter Thiel (Afp)

2' di lettura

NEW YORK - L’amministrazione di Donald Trump, assieme al Congresso, non vede di buon occhio Facebook e i suoi piani su una nuova criptovaluta. Ma questo non vuol dire che il Presidente non dia ascolto a qualche selezionato esponente del board del re dei social network, in particolare il finanziere e miliardario ultra-conservatore e gran sostenitore della Casa Bianca Peter Thiel. Nel mirino di Trump è finita così una delle rivali Internet di Facebook - Google - accusata proprio da Thiel di amicizie troppe strette con il governo cinese. Con quella Pechino, cioè, contro la quale Trump ha ingaggiato un duro e tuttora irrisolto conflitto commerciale.

Un tweet non ha lasciato dubbi nelle ultime ore sulle intenzioni presidenziali: «Il miliardario e investitore tech Peter Thiel crede che Google debba essere indagata per tradimento - si legge nell’esternazione online -. L'amministrazione Trump esaminerà la vicenda». Google ha immediatamente smentito: «Non lavoriamo per la Cina», ha fatto sapere in un secco comunicato.

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Che cosa è accaduto? È accaduto che Thiel, durante un intervento alla National Conservatism Conference a Washington nel fine settimana, abbia chiesto alla Cia e all'Fbi di aprire immediate inchieste sulla controllata di Alphabet. La ragione: Google starebbe lavorando su sofisticate tecnologie a fianco delle autorità cinesi e, invece, a detrimento delle forze armate statunitensi.

Il finanziere è tornato sulle sue accuse in queste ore in un'intervista con uno dei conduttori più pro-Trump della rete Tv Fox, Tucker Carlson: ha suggerito, senza offrire prove concrete, che Google sarebbe stata ampiamente infiltrata e compromessa da agenti segreti cinesi in progetti delicati e strategici quali la ricerca sull'intelligenza artificiale le sue applicazioni.

Google ha tagliato la sua attività in Cina negli ultimi anni, preoccupata per abusi e violazioni dei diritti nel Paese. Ma il settore hi-tech americano cerca ugualmente di preservare una presenza sul grande mercato e, nel caso di Google, questa presenza ha anche preso la forma di un centro per AI a Pechino aperto due anni or sono.

La polemica arriva in un momento non facole per i leader digitali. Negli Stati Uniti le grandi società tech sono sotto attacco sia da destra che da sinistra, da sinistra criticate per le loro tendenze monopolistiche e da destra denunciate per non dare adeguato spazio alle voci ultra-conservatrici.

Per Thiel, uno degli ex co-fondatori di PayPal, le controversie non sono una novità. È da sempre considerato una rarità a Silicon Valley: un convinto militante conservatore con tanto di esplicite simpatie per Trump, dichiarate ancora prima della sua elezione alla presidenza. Thiel fu anche tra i consiglieri della squadra di transizione al potere di Trump.
Anche uno dei consiglieri del Presidente, il capoeconomista Larry Kudlow, ha espresso scetticismo sull'ultima uscita di Thiel: «Credo che Google lavori per l'America e le sue forse armate, non per la Cina». Ancora: «Non sono sicuro di cosa (Thiel, ndr) abbia voluto dire, ho i miei dubbi». Ha tuttavia aggiunto, sibillino: «Ma non si sa mai».

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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