FALCHI & COLOMBE

Governatori divisi sul funerale dell’inflazione

di Donato Masciandaro

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(Adobe Stock)


3' di lettura

È tempo di celebrare il funerale dell’inflazione? Su questa domanda falchi e colombe hanno già iniziato a beccarsi. Ed è facile prevedere che lo faranno sempre di più, soprattutto se la politica monetaria, a partire dalla Bce, accentuerà la sua fase ultra-espansiva. Chi ha ragione? Ma, soprattutto, cosa sappiamo e non sappiamo finora sul tema?

Partendo da quello che sappiamo, l’analisi economica ci dice che, data la sua peculiare natura, una recessione pandemica può avere sia effetti deflattivi che inflattivi. Tutto nasce da uno shock non economico, in cui l’evento imprevedibile – la pandemia – si intreccia con la reazione delle politiche pubbliche per la salute – il distanziamento sociale. Il mix tra malattia e politiche sanitarie finisce per colpire sia l’offerta che la domanda aggregata. Dal lato dell’offerta, la capacità delle imprese di produrre beni e servizi viene minata dal rischio sanitario che può colpire i lavoratori e da quello legato ai ritardi negli approvvigionamenti. Questo rende lo shock sull’offerta assimilabile a un innalzamento dei costi, che si riflette in una caduta della produzione e un incremento dei prezzi. Quindi una recessione pandemica spinge tendenzialmente, anche se non subito, i prezzi verso l’alto, dicono i falchi. Niente affatto, ribattono le colombe. Dal lato della domanda, questo tipo di shock riduce la capacità e la voglia, sia delle famiglie sia delle imprese, di consumare e investire; di riflesso, i prezzi sono spinti verso il basso.

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Chi ha ragione? Guardiamo i dati, si risponde di solito. Ma stavolta non serve a chiudere la disputa, perché l’evidenza disponibile dà risultati discordanti: lavori empirici sulla “spagnola” associano alla pandemia fenomeni inflattivi, mentre le analisi di questa crisi indicano il contrario.

Non c’è da meravigliarsi: la recessione pandemica ha alcuni caratteri che rendono i suoi effetti macroeconomici particolarmente imprevedibili. Un tratto è l’incertezza, il cui effetto sulla dinamica dei prezzi è ambiguo. Quando aumenta, in generale, le imprese vorrebbero difendere i propri margini di reddittività, perché ci si aspetta che tutti facciano lo stesso. Ma a sua volta la capacità di ogni impresa di difendere i propri margini dipenderà dal suo potere di mercato, sia come venditore di prodotti che come acquirente di materie prime o di input intermedi. Più l’impresa agisce in mercati competitivi, meno riuscirà a traslare il costo dell’incertezza sui consumatori, o sui fornitori. E poi: l’incertezza è misurabile, ancorché in termini probabilistici, come sarebbero portati a sostenere i falchi? Oppure è imprevedibile, in una prospettiva più comune tra le colombe? Poi c’è il canale delle aspettative: attese di rialzi o ribassi dei prezzi di domani influenzano i prezzi di oggi. Ma se i tratti dominanti della recessione pandemica sono la sua natura speciale e l’incertezza, allora il meccanismo delle aspettative rischia di diventare un catalizzatore di ambiguità, non un’ancora di certezze.

Infine, falchi e colombe si accapigliano sull’effetto che le politiche ultra-espansive avranno sui prezzi.

I falchi fanno notare che da febbraio a settembre, la Fed ha fatto crescere lo stock di dollari di quasi il 42 per cento. Finora l’aumento della moneta non si è riflesso sui prezzi perché l’incertezza aumenta l’avversione al rischio di famiglie, imprese e banche; l’aumento complessivo della liquidità è stato meno della metà, fermandosi al 21 per cento. Ma l’assenza di fiammate inflazionistiche è solo temporanea. Appena la recessione pandemica sarà finita, il rischio inflazione si impennerà. Altro che funerale dell’inflazione.

Anche in questo caso le colombe non ci stanno, offrendo altri dati. Si torna indietro a quello che è successo nella relazione tra politica monetaria e inflazione durante la Grande crisi del 2008. Tra il settembre di quell’anno e il gennaio 2009 la Fed raddoppiò la quantità di dollari esistente, ma l’effetto sulla liquidità complessiva fu tiepido, appena +4%, come quello sull’andamento dei prezzi. Sul rischio inflazione si può dunque recitare il de profundis. Anche se si allunga l’orizzonte temporale – introducendo temi come i trend demografici e il futuro della globalizzazione – la contrapposizione non sembra attenuarsi. Per non parlare del dibattito sulla cancellazione del debito, di cui fa parte il tema dell’irrilevanza dei temi inflazionistici.

Solo su un punto falchi e colombe possono trovarsi d’accordo. L’incertezza è una ragione in più per tutelare l’indipendenza delle banche centrali. L’espansione monetaria può creare bolle nei prezzi, compresi quelli delle attività finanziarie e delle case. Le bolle monetarie sono un fatto, ma la loro rischiosità è imprevedibile: possono sgonfiarsi, o scoppiare. Allora è prudente che a gestirle siano attori di politica economica con un orizzonte lungo. Come le banche centrali. E come invece non sono i politici. Le parole della Lagarde di giovedì sul tema non sono casuali.

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