esecutivo in panne

Governo, per ora è solo crisi di nervi. Su Salvini monta la pressione del Nord

Il logorio del rapporto tra gli alleati gialloverdi è vicino al livello di guardia. Ma per adesso nel Governo è guerra a colpi di tatticismi e sospetti di “piani B”, in attesa che Matteo Salvini decida le sue mosse

di Manuela Perrone


Salvini, ultimatum su autonomie: "Atteso anche troppo"

4' di lettura

Il logorio del rapporto tra gli alleati gialloverdi è vicino al livello di guardia. Ma per adesso la crisi è solo di nervi e nel Governo è guerra di tatticismi, in attesa che Matteo Salvini sciolga la riserva e sveli le sue mosse. Sullo sfondo si ergono i due dossier della settimana: il Russiagate, su cui il premier Giuseppe Conte mercoledì terrà l’informativa al Senato, e le autonomie regionali, che fanno salire la pressione del Nord sul leader della Lega. Con la mina Tav per nulla disinnescata e anzi riaccesa dal caos treni.

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Che la situazione sia ancora aperta lo prova la quantità di retroscena che si affastellano ogni giorno, tra rincorse e smentite. Due i principali. Il primo è che Salvini punti a un maxirimpasto per sostituire addirittura Conte senza ripassare dalle urne: un ricambio che sposterebbe decisamente il perno dell’Esecutivo intorno al Carroccio, ma che necessiterebbe di numeri certi da proporre subito al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che da sempre ha mostrato di non voler assegnare incarichi al buio. In breve: servirebbe che il M5S sacrificasse Conte e si gettasse anima e corpo, più di quanto ha fatto finora, tra le braccia del Carroccio. Il secondo è l’opposto: che invece i Cinque Stelle siano pronti a un’alleanza con il Pd per dar vita a un Governo insieme, magari proprio un Conte bis. Anche qui, senza elezioni, si tratterebbe di dimostrare al Colle di avere i numeri.

Quest’ultima possibilità è stata evocata oggi in un’intervista al Corriere della Sera di Dario Franceschini, che ha richiamato a titolo di esempio «l’arco costituzionale» nella Prima Repubblica «che comprendeva forze di maggioranza e di opposizione, Dc e Pci, ed escludeva Msi e l’estrema destra». La sponda di +Europa c’è, come conferma in giornata Bruno Tabacci parlando di percorso inevitabile e di «equilibri parlamentari su cui si deve lavorare». A chiudere seccamente è stato però Luigi Di Maio con un post su Facebook. «Lo ribadiamo ancora una volta: noi siamo orgogliosamente diversi dal Pd e non vogliamo avere nulla a che fare con un partito che invece di supportare la nostra battaglia di civiltà nei confronti dei cittadini, ha saputo criticare il reddito di cittadinanza e oggi sta facendo le barricate contro il salario minimo», sostiene il leader M5S. «Noi siamo profondamente diversi da questi individui che hanno tradito la fiducia degli italiani».

Ma è evidente che Franceschini non si riferisce affatto a un’apertura al Movimento con Di Maio leader. Cita appositamente soltanto due persone e le rispettive scelte: Conte e il presidente della Camera, Roberto Fico. Oltre a Vincenzo Spadafora sul tema dei diritti. Lascia cioè intendere che sia da avviare (o già avviato) il dialogo con i Cinque Stelle più insofferenti all’abbraccio con la Lega, costato al M5S finora sconfessioni e soprattutto voti. Dialogo che potrebbe interessare anche ai tanti parlamentari, pure di Forza Italia, spaventati dall’idea di perdere la poltrona, soprattutto se a settembre la Camera approverà definitivamente la legge che taglia 345 seggi. L’operazione però richiederebbe tempo e viene ritenuta impossibile dall’entourage di Di Maio. Richiederebbe inoltre il “sì” dei renziani, che costituiscono il grosso del gruppo Pd alle Camere e che sono già scatenati contro Franceschini. Il dissidio è tale che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è costretto all’equilibrismo: «Nessun governo con il M5s è alle porte e nessun governo con il M5s è l’obiettivo del Pd. Questo anche Franceschini lo dice in modo chiarissimo». Un’interpretazione delle parole del suo deputato che appare quanto mai forzata.

Anche l’altra ipotesi, quella di un’Opa di Salvini a Conte, sconta notevoli difficoltà di realizzazione. È vero che è stato il premier, molto più che Di Maio, a finire direttamente nel mirino di Salvini e dei governatori del Nord sul piede di guerra per l’autonomia. È vero anche che il peso del premier è cresciuto insieme al suo gradimento, come testimoniano anche gli ultimi sondaggi. È vero infine che questa “ascesa” viene vissuta con sospetto anche all’interno del Movimento. Ma dall’entourage del numero uno del M5S per ora si definisce «impraticabile» qualunque ipotesi di sacrificio di Conte sull’altare della sopravvivenza del Governo. «Significherebbe mettere la parola fine all’Esecutivo», commenta una fonte qualificata del Movimento.

Si torna dunque alle scelte di Salvini e agli appuntamenti di questi giorni. Il vicepremier leghista replica con un netto “no” a chi gli domanda se abbia intenzione di diventare capo del Governo senza passare per il voto. Lo spettro di “governissimi” dai profili incerti è un deterrente potente all’apertura della crisi da parte di Salvini. I pentastellati sono pronti a scommettere che alla fine la Lega chiederà e otterrà qualche ministero rilevante, come le Infrastrutture (oggi l’assedio a Danilo Toninelli è totale), e che magari strapperà qualcosa nel negoziato sull’autonomia per placare l’ira di Zaia e di Fontana e al tempo stesso per non rovinare l’avanzata della Lega al Sud, cara a Salvini, a maggior ragione con le elezioni in Calabria in autunno. In questo senso viene letto l’ultimatum di ieri del ministro dell’Interno: «O arrivano i sì o non stiamo più al Governo». Rimpasto e revisione del contratto potrebbero essere punti di caduta realistici per andare avanti, almeno per confezionare la manovra economica di fine anno. Ma anche il tema di chi si assumerà la responsabilità della prossima legge di bilancio è parte dell’analisi costi-benefici in corso in casa leghista. Tutt’altro che conclusa. Salvini, pressato dai suoi, nicchia ed evoca la provvidenza: «Non ho incontri in agenda. Per il futuro siamo nelle mani del buon Dio».

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