Editoriali

I dilemmi di Bruxelles e Berlino dopo il voto tedesco

di Sergio Fabbrini

(luzitanija - stock.adobe.com)

4' di lettura

Ritorniamo alle elezioni tedesche di domenica scorsa. Esse hanno sollevato due domande cruciali, del tutto trascurate dal dibattito post-elettorale. Quali sono le implicazioni della rinnovata stabilità centrista emersa da quelle elezioni? Perché queste ultime sono state vissute, a Bruxelles come negli altri Paesi dell’Unione europea (Ue), come se avessero una valenza continentale? Partiamo da Berlino. I risultati elettorali rappresentano un esempio di discontinuità nella continuità. La discontinuità è evidente.
I du
e tradizionali partiti centristi (di centro-destra, i cristiano-democratici della CDU-CSU e di centro-sinistra, i socialdemocratici della SPD) hanno ottenuto (insieme) il voto di poco meno della metà dell’elettorato (49,8 per cento), mentre nelle elezioni del 2005 (che condussero al primo governo di Angela Merkel) essi avevano ottenuto (insieme) il voto di più di 2/3 dell’elettorato (69,4 percento).

La capacità aggregativa dei due partiti (sull’uno e sull'altro versante del sistema politico) si è dunque ridotta, in coincidenza con la progressiva riduzione della distinzione programmatica tra di essi. Un esito, quest’ultimo, dovuto alla logica di funzionamento della governance europea (in particolare dell’Eurozona), peraltro condizionata dalla cultura regolativa tedesca. Quella governance, infatti, ha ridotto le opzioni disponibili di governo a livello nazionale, spingendo entrambi i partiti verso la condivisione dello stesso approccio (centrista) alla politica economica e sociale. È tale indistinzione la causa del loro ridimensionamento elettorale. Evidente è anche la continuità di quei risultati. Il declino dei partiti di centro non ha condotto al ridimensionamento del centro. Anzi, quest'ultimo si è esteso, includendo partiti provenienti da tradizioni radicali (come i Verdi) oppure euroscettiche (come i liberali della FDP). Gli sconfitti di quelle elezioni sono i partiti collocati all'esterno del centro. La sinistra radicale di Die Linke si è dimezzata, passando dal 9,2 (2017) al 4,9 per cento, e la destra radicale di AfD si è afflosciata, passando dal 12,6 (2017) al 10,3 per cento (pur rimanendo competitiva nei Länder dell’est). Il radicalismo (di sinistra e di destra) non è un’alternativa credibile al centrismo, avendo un ruolo solamente nelle fasi di turbolenza (come è avvenuto durante crisi migratoria del 2015-2016). Non sfidato dall’esterno, il centro allargato deve però affrontare insidiose sfide interne. Quando combinazioni diverse di governo sono potenzialmente possibili tra i quattro partiti (SPD, CDU-CSU, Verdi e FDP) che operano all'interno del centro, è plausibile che la necessaria mediazione tra di essi possa condurre a governi da “minimo comune denominatore”. Ciò garantirebbe la stabilità, non necessariamente l’innovazione. Eppure, i problemi (ambientali, infrastrutturali, sociali) che il Paese deve risolvere richiedono la seconda, non solamente la prima. Come combinarle?

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Andiamo ora Bruxelles. Si è parlato pochissimo di Europa durante la campagna elettorale tedesca, quasi che l’Europa fosse un derivato della politica domestica. Infatti, la campagna elettorale è stata seguita dalle leadership europee e degli altri Paesi dell’Ue come se in gioco ci fosse una posta comune (e non tedesca). Ciò avviene anche nel caso degli altri grandi Paesi europei. L’Ue è entrata in stand by in attesa che si formi il nuovo governo tedesco, per ritornare in stand by in attesa degli esiti delle elezioni francesi del prossimo aprile, uno stand by che potrebbe protrarsi in attesa degli esiti delle elezioni italiane. Sembra che l’Ue non abbia una sua autonomia, quasi fosse la dependence degli stati membri più grandi e dei loro governi. Nel 1992, lo storico inglese Alan Milward aveva sostenuto che l'integrazione europea era partita, nel secondo dopo-guerra, con lo scopo di salvare lo stato nazionale, non già di superarlo. Con le crisi dell'ultimo decennio, il ruolo dei governi nazionali si è rafforzato enormemente all'interno dell’Ue. Ci possono essere differenze di valutazione tra chi sostiene (Andrew Moravcsik) che la primazia dei governi nazionali sia inevitabile (essendo l’Ue una struttura delegata di quei governi) e chi invece sostiene (Richard Bellamy) che quella primazia possa produrre esiti anti-democratici, se non è bilanciata da un maggiore ruolo europeo dei parlamenti nazionali (al punto che viene proposta, nel caso di Thomas Piketty, la formazione di una terza camera, oltre al Parlamento europeo e ai Consigli dei ministri, costituita dai rappresentanti dei parlamenti degli stati membri dell'Eurozona). Comunque la si giri, l’Ue è vista come un’unione intergovernativa. Non solamente dall’accademia ma anche dalla politica e dai media. Se in Germania emergerà un governo da “minimo comune denominatore”, è opinione condivisa che l’Ue dovrà adeguarsi. Tale visione è non solo parziale, ma anche pericolosa. Parziale, perché l’Ue è assai di più che la somma dei governi nazionali dei suoi stati membri. Questi ultimi contano, ma il Parlamento europeo, la Corte europea di giustizia e la Commissione non dipendono da loro. Pericolosa, perché l’Ue intergovernativa, anche senza il diritto di veto, è destinata a creare gerarchie e logiche neocoloniali, con gli stati più grandi che condizionano quelli più piccoli. Come evitarle?

Ecco perché le elezioni tedesche hanno sollevato due domande cruciali. Berlino dovrà affrontare il dilemma di un centro che innovi e non solo stabilizzi, Bruxelles quello di un’unione che funzioni indipendentemente dai suoi stati membri, particolarmente dai più grandi. Le domande sono certe anche se le risposte sono incerte.

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