Libri da collezione

I mille volti di Achille Lauro e un consiglio per avere successo: fallire 100 volte

Performer multidimensionale, riferimento no gender della moda. La domanda, ancora senza risposta, è cosa non ci si possa aspettare da Lauro De Marinis

di Camilla Colombo

Achille Lauro, durante la performance dedicata al Glam Rock, prima serata, ritratto da Leandro Manuel Emede, canzone cantata: “Solo noi” look Gucci.

6' di lettura

Non lo vedo, eppure lo vedo. La conversazione avviene su Teams, ma senza video, la sua voce è gentile, precisa, accento romano, quasi formale nei modi. Io, però, lo vedo, o meglio, lo ricordo, per come l'ho ascoltato dal vivo sul palco dell'Alcatraz di Milano nel novembre del 2018, prima dei tre anni che hanno fatto di Achille Lauro il performer italiano più conosciuto e controverso delle ultime edizioni di Sanremo. Era il momento in cui la musica trap arrivava alle orecchie mainstream, l'anno del grande successo di Thoiry, quando nessuno si sarebbe aspettato di vederlo, pochi mesi dopo, per la prima volta, sul palco dell'Ariston.

La copertina del libro “Achille Lauro”, edito da 24 ORE Cultura (79 €).

Questa intervista si snoda così, su un doppio binario di ascolto e flashback, immaginazione del futuro e analisi del presente. Incasellare Achille Lauro in un'etichetta, ridurlo a una definizione o a un perimetro, non solo è difficile, è poco lungimirante. Accettare che sia in costante trasformazione e coerente solo con il suo Io puntale – hic et nunc – è il dato di partenza migliore per provare a trasmettere un ritratto onesto dell'uomo e dell'artista, due dimensioni che non sono facilmente scindibili nel suo caso. Perché quello che si vede di lui è il frutto di un lavoro di gruppo meticoloso, che è anche la sua vita privata. Sebbene ci tenga alla propria privacy e preferisca dividere nettamente riflettori e quotidianità, precisa che non c'è molta distanza fra chi è nel privato e chi è sul palco, perché «l'unica differenza è che chi sono nella vita costruisce quello che porto sul palcoscenico», chiarisce Lauro De Marinis, vero nome dell'artista.

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Foto promo dell'album “1969 AchilleIdol Rebirth”, 2020 (foto di Luca D'Amelio).

Coerenza, sincerità, onestà sono parole che Lauro usa spesso per descrivere il suo lavoro e quello di tutto il suo team. «Non voglio pensare se essere o meno un'icona, perché sentirsi qualcosa di speciale rischia di distrarre. Le cose più belle nascono dal sentirsi niente, dall'anonimato», dice, schivando abilmente riconoscimenti nazionalpopolari che negli ultimi tempi gli sono stati attribuiti. «“Prodotto di marketing, burattino, marionetta, modello a servizio di grandi brand del lusso, personaggio costruito a tavolino”: sono tanti i modi in cui mi descrivono. La verità è che le grandi cose partono dai grandi amori. Non si può diventare una storia di successo, se non è disposti a perdere tutto quello che si è costruito, per provare a essere qualcosa che non si è mai stato. Per capire cosa c'è dietro Achille Lauro, una persona dovrebbe stare una settimana con me», scherza il cantante. «Tutto quello che si dice di me e di noi, lo comprendo perché per alcune persone è inaccettabile che ci sia qualcuno disposto ad annullare tutto per fare ciò che gli piace. D'altronde, la musica è sempre un rischio, non dà sicurezze, ma si regge su un filo. Con ogni disco bisogna riconfermarsi, soprattutto in Italia, un Paese che vuole conferme ed è sempre pronto a dire la propria».

Dettaglio del make-up di Achille Lauro nel tributo a Mina, seconda serata del Festival di Sanremo 2021, ritratto da Leandro Manuel Emede, look Gucci.

I suoi cambi di rotta continui, certo, non aiutano l'ascoltatore, lo spiazzano e gli precludono la possibilità di associare il cantante a un determinato sound. Il pubblico che lo segue è costretto a muoversi dal trap al rock'n roll, dagli anni Novanta ai generi ibridati, dalle ballad alle sonorità jazz anni Venti. «Ovviamente», prosegue Lauro, «è difficile mantenere una propria identità sincera e non farsi influenzare da logiche di mercato. Per questo mi impegno per fare tutto nella maniera più coerente, sincera e reale possibile, perché cerco di mantenermi coerente, sincero e reale con la persona che sono».

Il rispondere solo a se stesso gli ha permesso, in 31 anni di vita, di spaziare trasversalmente fra suoni e artisti molto diversi tra loro, dal rapper Gemitaiz alla Capinera d'Emilia, Orietta Berti, i lunghi anni di collaborazione con il produttore Boss Doms e i tre album del 2020 che ripercorrono le varie sonorità del secolo scorso: 1990, 1969 Achille Idol Rebirth, 1920 - Achille Lauro & The Untouchable Band. E poi di ibridare settori che, nella sua figura, sono riusciti a dialogare brillantemente: musica e moda, musica e letteratura, musica e arte, musica e produzione di contenuti, oltre alla partecipazione a diversi programmi tv.

L'ultimo esempio di mix & match è il volume in uscita il 23 settembre: Achille Lauro, edito da 24 ORE Cultura . «È un libro che racchiude quanto fatto negli ultimi tre anni, da dove siamo partiti, quello che siamo diventati. Lo racconta attraverso le immagini, mostrando l'influenza dell'elemento visuale sulla musica di oggi». Per Lauro, infatti, la musica è un libro senza immagini, dove si possono immaginare i volti dei protagonisti solo attraverso le parole, un grande schermo bianco dove ognuno proietta il proprio film. La moda, invece, è un proiettore, perché concede un'immersione completa in un mondo e definisce una chiara identità visiva di ciò che si vuole comunicare. La moda, quindi, incarna le parole.

«Questo volume», aggiunge Lauro, «è un modo per concludere un percorso iniziato nel 2019 con il primo Sanremo e arrivato fino all'edizione 2021: è un libro artistico rispetto ai precedenti». Sì, perché De Marinis è al suo terzo appuntamento letterario, dopo il primo libro, un romanzo-autobiografia e il secondo, un romanzo scritto per dare corpo a qualcosa che non fosse vincolato dalle rime. Achille Lauro è arrivato come coronamento di un rapporto con Gucci e, in particolare, con Alessandro Michele, nato spontaneamente in occasione di un progetto studiato a lungo per Sanremo 2020, quello di Me ne frego, e sviluppatosi in un sodalizio dai valori condivisi. «Alessandro Michele è uno dei più grandi visionari degli ultimi 20 anni, capace di sconvolgere le regole standard che il mercato impone», commenta Lauro. «Questi ultimi anni hanno fatto bene alla musica italiana, soprattutto alle nuove generazioni perché uscire dalle sicurezze, dalle mode del momento, è qualcosa che può premiare, come abbiamo visto nell'ultimo Sanremo, così pieno di giovani che forse non avrebbero partecipato quattro anni fa. Ovviamente non è solo merito nostro, ma del direttore artistico che è stato coraggioso e visionario nel costruire un nuovo spettacolo per il pubblico».

I concetti di visione e coraggio ci portano ad analizzare la generazione a cui entrambi apparteniamo e il messaggio liberatorio e inclusivo di cui Achille Lauro, nella sua iconografia, è diventato portatore. «Tanti giovani hanno una visione, ma pochi sanno che quel pensiero vago è una certezza. Il coraggio è fondamentale, perché è la capacità di capire che l'unicità conduce da qualche parte e che probabilmente hai successo se ti porti dietro un immaginario, un sound che ti contraddistingue». Il progetto Achille Lauro, nella sua complessità e stratificazione, affonda le radici proprio qui, nel desiderio di portare in scena la libertà di essere se stessi in qualunque forma, genere, personalità, amore, identità, soprattutto per una generazione che è molto confusa su questo argomento. «A mio avviso, il problema della nostra generazione è non sapere chi si vuole essere; non mancano la voglia o il talento, manca il sapere riconoscere la propria strada. C'è un problema di istruzione probabilmente, perché si dovrebbe insegnare la libertà di essere, buttarsi e fallire. Oltre al discorso femminile-maschile, molto pop e già esplorato», aggiunge Lauro, «vorrei passasse il concetto che tutto quello che ho fatto è per la libertà in generale, per aiutare a capire la propria strada, perché ci sono talenti nelle loro stanze che non sanno di avere un talento».

Che cosa lo distingue allora dai suoi coetanei? La fortuna di aver capito subito la sua strada e il fatto di continuare a provare ed essere pronto a confrontarsi con il giudizio e la critica. «Il successo è il fallimento, è fallire cento volte. Non sei uno che ha successo, sei uno che ha fallito cento volte», chiosa, sorridendo, Lauro. Resta da capire che cosa bisogna aspettarsi da una personalità che della metamorfosi ha fatto la sua cifra estetica. Lui rilancia: «Cosa non ci si può aspettare soprattutto! Sono alla ricerca di qualcosa che non conosco ed è fuori dalle zone comfort, sono fan dei progetti che ancora non esistono», conclude l'artista. «Sono una persona che, un po' per noia, un po' per curiosità, va sempre verso l'inesplorato, neanche io so cosa arriverà, perché sono sempre alla ricerca del nuovo, dipende da dove andrà la mia vita. Ogni giorno sono il contrario di tutto: forse la mia maledizione è anche la mia benedizione».

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