SBAGLIANDO SI IMPARA

I nuovi comportamenti dell’ascolto: una diversa etichetta ed educazione

Il lavoro da casa ci ha messo nella condizione di considerare “normale” svolgere altre attività parallele durante i collegamenti in video

di Massimo Calì *

(REUTERS)

3' di lettura

In questa rubrica ho spesso scritto sull’ascolto. Poco prima della pandemia (novembre 2019) mi concentravo concretamente sui suoi comportamenti con una (scherzosa ma non troppo) lista di auto-controllo: taci, guardami, fai le facce, fai segni vocali, fai domande (sensate), non parlare di te. Nelle fasi della pandemia, la comunicazione a distanza ha preso una dimensione senza precedenti nella storia e ancora non sappiamo immaginare i futuri sviluppi, essendo ancora tutti troppo immersi in essa per vederla con il distacco temporale ed emotivo necessario.

Alcuni hanno completamente rivoluzionato la propria comunicazione verso le piattaforme video, altri vi hanno fatto ricorso solo per qualche festeggiamento obbligato. Questa variabilità e indefinitezza futura ci consigliano di continuare a ragionarci: adesso che l’emergenza sanitaria si sta ridimensionando, possiamo concentrarci sull’emergere di dinamiche di comportamento relativa al modo in cui è cambiato il nostro ascolto? Quanto utilizziamo efficacemente la comunicazione a distanza, che sarà forse sempre meno obbligatoria per decreto, ma difficilmente sarà del tutto accantonata? Alla luce dei tanti video incontri, dal punto di vista squisitamente individuale (e non sociologico o organizzativo, quindi), che qualità abbiamo raggiunto?

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In auto osservazione, ecco l’aggiornamento della check list, che ci aiuta a dire quanto il nostro è un comportamento di ascolto.Taci: necessario. Eppure, in epoca di videochiamate, più siamo, più lo strumento ci impone il silenzio. Ci siamo adattati all’abitudine, alla “buona educazione” di tenere i microfoni spenti perché non si sentano echi e rumori di fondo. Allora la domanda è: sto tacendo troppo? Potrei intervenire di più? Quanto sono caduto nella pigrizia da microfono spento?

Guardami: indicazione che deve diventare anche “lasciati guardare”. Che rapporto abbiamo con la videocamera? C’è un tema tecnico e ciascuno sa se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso dal punto di vista infrastrutturale. Ma sicuramente la videocamera accesa dipende solo da noi: in una riunione non mi nasconderei dietro ad un paravento, lo faccio on line? Non parlo dei micro spegnimenti se mi soffio il naso o prendo un bicchiere e non voglio che si veda il disordine nella credenza: penso a videocamere spente per la maggior parte del tempo (e credo che tutti continuiamo a vederne tante).

Espressioni: siamo diventati bidimensionali, pochissimi centimetri quadrati quando va bene. Ci siamo in qualche modo “espansi” fino ad occuparli tutti? Certo se ore e ore di primo piano dei nostri nasi non sono sempre desiderabili, cosa abbiamo usato per compensare?

Segni vocali: ancora il microfono. Quanto mi sono abituato ad usarlo brevemente anche solo quando richiesto (magari dal relatore stesso che chiede se è tutto chiaro)? E abbiamo saputo trasformare i segni vocali che abbiamo tolto in segni visivi, avendo familiarizzato con i vari emoji, applausi, mani e pollici alzati resi disponibili dalle varie piattaforme?

Fai domande: esiste anche la chat. Quanto ci siamo abituati ad usarla? Un commento, un aggettivo, una riga: siamo tutti da anni bravissimi con le chat via smartphone, abbiamo trasferito questa tempestività e sintesi in uno strumento che anche live può offrire molto “ascolto attivo”?

Non parlare di te: questo è probabilmente il punto più ampio e profondo, legato a quanto lasciamo che noi stessi e la nostra vita siano “di ingombro” all’interno della situazione professionale. Il fatto che non siamo più noi che andiamo ad un corso o ad una riunione, ma il corso e la riunione che vengono da noi (fisicamente, entrano proprio in casa nostra) ha aperto dinamiche che ancora hanno spazi di evoluzione.

Il giocare in casa (perché lo siamo, anche quando siamo in ufficio) se da un lato può darci la sgradevole sensazione che venga invasa la nostra riservatezza, al tempo stesso ci mette nella condizione di considerare “normale” svolgere altre attività parallele alla partecipazione (al corso, alla riunione, all’incontro). E non parlo dell’arrivo del corriere per una consegna urgente, o dei figli o cuccioli vari che vengono a farci visita, ma di quando ci sentiamo autorizzati, poiché a casa, a tenere acceso e controllare lo smartphone, o l’email aziendale e privata, o ad interagire con chi è entrato nella stanza (in fondo ho il microfono spento, non disturbo) o addirittura a portare vistosamente avanti telefonate “altre” (cosa che mai faremmo in presenza).

Il dibattito è ancora aperto e il tema in evoluzione, rimaniamo sintonizzati e alla ricerca di una diversa “etichetta” e nuova educazione all’ascolto, che dovremo forse reimparare anche in presenza.

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