La minacce alla governance del Pnrr

I troppi sassolini negli ingranaggi del Recovery Plan

di Cesare Avenia

3' di lettura

Sono circa 3.000, secondo fonti di stampa, gli emendamenti al Dl Governance varato dal Governo sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) depositati nelle commissioni Affari costituzionali e Ambiente della Camera.

Non possiamo nascondere la preoccupazione per la possibilità che, nel mare delle proposte di modifica, ne possa uscire una norma impoverita dai suoi aspetti di maggior novità. Il provvedimento, infatti, contiene nella prima parte titolata “Governance del Pnrr” alcune innovazioni importanti formali e sostanziali.

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Con soli 16 articoli il governo definisce la strategia di gestione e controllo del più poderoso programma di investimenti mai affrontato dalla Repubblica dopo il Piano Marshall. Un’impresa da far tremare i polsi descritta con un linguaggio chiaro, lineare, comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Abbiamo così un esempio di vera semplificazione, una best practice normativa, con cui il governo compie il miracolo di far capire a tutti i cittadini come intende far sì che il Paese centri gli obiettivi fissati nel Pnrr.

Due soltanto i decreti attuativi utilizzati, peraltro di competenza dello stesso presidente del Consiglio, pochissimi i rimandi a leggi precedenti, rendono il testo di questa parte della norma una lettura scorrevole e, a tratti, addirittura coinvolgente, che riesce a far partecipe il cittadino del valore dell’interesse nazionale alla puntuale realizzazione del Pnrr.

Ed è stridente il confronto con la seconda parte che riguarda le semplificazioni, in cui si è seguita la via tradizionale dei mille rimandi a leggi precedenti, utilizzando quel linguaggio ufficiolegislativese che rende ogni legge italiana criptica, illeggibile, di difficile comprensione e soggetta a interpretazioni diverse.

Nel merito dei contenuti, l’istituzione di un “Sistema di coordinamento, gestione, monitoraggio e controllo del Pnrr” rappresenta per l’Italia una novità assoluta che segna una netta discontinuità con il passato. Il decreto istituisce una governance centralizzata su tre livelli di responsabilità a cui tutti i soggetti attuatori dovranno fare capo, disegna il processo di attuazione, coordinamento e monitoraggio dei progetti, prevede poteri sostitutivi nel caso di mancato rispetto degli obblighi di attuazione del Piano da parte degli enti locali.

Non solo, ma mette una polizza assicurativa sul futuro del Pnrr, stabilendo che le strutture tecnico-operative saranno in carica fino al 2026. Quindi la Segreteria tecnica a supporto della Cabina di regia e l’Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione, entrambe allocate presso la Presidenza del Consiglio, insieme alle Unità di missione di livello dirigenziale che ciascuna amministrazione centrale titolare di interventi previsti dal Pnrr dovrà istituire, andranno oltre la durata dell’attuale governo, rimanendo in carica per il tempo che occorre per portare a compimento i progetti. Questa misura è rivoluzionaria.

Finalmente nella gestione dell’azione pubblica si introduce il concetto, da noi invocato da anni, che i processi di cambiamento, come la transizione digitale e ambientale, non posso essere realizzati a colpi di decreti e circolari, senza che ci sia un’accurata progettazione della fase attuativa dei progetti e senza una governance chiara, autorevole e non soggetta allo spoils system. Proprio l’assenza di questi requisiti è il motivo del ritardo insostenibile accumulato nell’implementazione dei progetti di digitalizzazione della Pa e ci fa comprendere l’estrema difficoltà sempre dimostrata dal nostro Paese nell’utilizzare i fondi comunitari.

Con il decreto Governance, il governo si distacca nettamente da questo passato. Ora spetta al Parlamento valorizzare il potenziale di discontinuità apportato dalla norma, assumendosi la responsabilità di renderla un processo di innovazione che vede nel raggiungimento degli obiettivi del Pnrr solo la prima importante tappa per un cambiamento radicale del funzionamento della macchina pubblica.

È una responsabilità che questo Parlamento dovrebbe assumersi, cogliendo l’occasione di sopperire a una carenza storica del nostro Paese, determinatasi fin dalla Costituzione del ‘48, la quale dedica il solo articolo 97 alla Pubblica amministrazione, a cui si riferisce solo come l’insieme degli uffici dell’apparato tecnico-burocratico dello Stato.

È tempo di colmare questo vuoto, per aiutare la Pa a passare dall’era della centralità della burocrazia statale, a quella moderna che mette al centro dell’azione pubblica il cittadino e le imprese, a cui fornire efficienti ed efficaci servizi pubblici. Far funzionare bene la nostra Pa non è una mission impossible, com’è il luogo comune. Ci aspettiamo che il Parlamento accetti la sfida.

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