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Il capitalismo sta cambiando: 4 indizi di una rivoluzione etica in corso

Non solo profitti, ma azioni responsabili verso l'ambiente, le future generazioni e tutti gli stakeholder, i fornitori e i lavoratori: così il capitalismo cambia pelle lasciandoli alle spalle l’era della «dittatura» degli azionisti

di Vittorio Pelligra


Climate change, cosa succede se non fermiamo il riscaldamento globale

6' di lettura

È proprio vero, non c'è più il buon vecchio avido capitalismo di una volta. Quello a cui Milton Friedman, nel famoso articolo sul New York Times del settembre del 1970, affidava un'unica e ineludibile missione: aumentare i profitti delle imprese; o quello, ancora, per il quale, a sentire l'economista di Harvard, Greg Mankiw, è indispensabile difendere l'1% dei più ricchi dalle incomprensibili e ingiustificate pretese redistributive del restante 99% di noi comuni mortali (Defending the One Percent. Journal of Economic Perspectives, 27(3), pp. 21–34).

Quello della dottrina del “trickle-down” (sgocciolamento), secondo cui, se abbassiamo le tasse agli ultraricchi, questi guadagneranno di più e, parte di questa ricchezza, come briciole dal tavolo di Epulone, prima o poi arriverà a sfamare anche tutti gli altri. Ma sarà che “Todo cambia”, come cantava Mercedes Sosa; già, “Todo Cambia”. E infatti lo scorso 19 agosto i rappresentanti della Business Roundtable, la potente organizzazione composta dagli amministratori delegati di duecento tra le più importanti imprese americane, da Amazon alla Apple, dalla Ford a JP Morgan, hanno sottoscritto un documento con il quale si impegnano ad orientare le loro imprese verso una nuova “mission”: non solo profitti, ma azioni responsabili verso l'ambiente, le future generazioni e tutti gli stakeholder, i fornitori e, naturalmente, i lavoratori.

In questo strano clima da conversi, poi, questa settimana, arriva il titolone con il quale il Financial Times, attraverso il suo editor Lionel Barber, annuncia che per il capitalismo è giunto il tempo di un “reset”. Il Financial Times, mica la Gazzetta dei Compagnucci della Parrocchietta. E per finire, qualche giorno fa, il forum IGM dell'Università di Chicago intervista i più importanti economisti europei e viene fuori che l'82% di loro dice di essere d'accordo o fortemente d'accordo con l'affermazione secondo cui le crescenti disuguaglianze stanno mettendo a rischio la tenuta delle democrazie liberali.

Fermo gioco, si riparte. Le reazioni dell'opinione pubblica e dei commentatori a queste ripetute cadute da cavallo sulla via di Damasco sono, naturalmente, molto varie; tuttavia, generalmente, si polarizzano verso l'entusiasmo panglossiano da una parte, e la più classica delle dietrologie ciniche dall'altra.

Gli investimenti sostenibili
Però, appare innegabile che qualcosa stia succedendo; è indubbio. E le tendenze globali che questo revisionismo improvviso, più o meno credibile, fanno emergere, sono importanti e non devono essere per niente sottovalutate. Tra tutte, ne vorrei sottolineare quattro: la prima tendenza ha a che fare con l'ossigeno stesso che le imprese respirano, la linfa di cui hanno bisogno per svilupparsi e crescere, vale a dire gli investimenti. Stanno emergendo, nei mercati degli investimenti, nuovi approcci, forse, per il momento, anche solo mode, ma, tuttavia, capaci di spostare miliardi di dollari, attraverso l'azione mediatrice dei fondi, da un impiego all'altro, da un settore all'altro, da certe tipologie di imprese ad altre. In particolare, questi ultimi anni, hanno visto l'enorme sviluppo dei fondi di investimento eticamente orientati; fondi, cioè, gestiti secondo criteri ESG (environmental, social, governance), cioè di sostenibilità ambientale, sociale e di conduzione d'impresa.

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La scommessa di BlackRock
Solo il gigante BlackRock, ha lanciato, all'inizio di quest'anno, sei di questi fondi. Sono pensati per tutti quegli investitori che, coi loro soldi, non solo vogliono ottenere alti ritorni economici, ma contribuire anche alla riduzione delle emissioni di gas-serra, per esempio. Chi fa queste scelte di investimento lo fa per impedire che i propri soldi vadano a finanziare imprese che operano nel settore delle armi, da quelle nucleari fino a quelle da fuoco tradizionali, ma anche nell'industria del tabacco, del carbone e di altri combustibili fossili, così come tutte quelle imprese che in qualche modo violano i principi etici fondamentali, come quelli sanciti, per esempio, dal Global Compact delle Nazioni Unite.

Ma perché un player fondamentale come Black Rock scommette così pesantemente sui fondi etici? La ragione è che, secondo le loro previsioni, questi fondi, nel prossimo futuro, non rappresenteranno più solo le scelte esotiche di ricchi fricchettoni, ma opzioni che si diffonderanno velocemente nell'ambito dei processi di investimento mainstream. Le stime segnalano che tra i principali investitori istituzionali, nei prossimi cinque anni, almeno la metà avrà un portafoglio gestito, per più del 50%, coerentemente con i criteri ESG di sostenibilità. Nella sola Europa, nell'arco dei prossimi dieci anni, ci si aspetta un aumento di questi investimenti di circa 20 volte.

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Le nuove priorità dei giovani
La seconda tendenza che sta emergendo in modo prepotente è, in qualche modo, legata alla prima e connessa alle dinamiche intergenerazionali. Nuovi investitori si affacciano sul mercato e sono prevalentemente giovani e decisamente più sensibili di quanto non lo siano i loro genitori verso i temi dell'ambiente, dei diritti, della sostenibilità, dell'accountability e della trasparenza. Si calcola che, nei prossimi anni, la generazione dei baby boomers trasferirà ai propri figli, i millennials e la “generazione X”, beni e risparmi pari a 30 trilioni di dollari. Una massa di ricchezza enorme, capace di fare la differenza in ogni settore industriale e tecnologico e certamente capace, con la sua spinta finanziaria, di influenzare l'evoluzione della corporate culture a livello globale.

Sarà questo trasferimento, prima di tutto, ad alimentare le scelte di investimento etiche di cui sopra, perché le giovani generazioni hanno, già oggi, priorità molto differenti rispetto a quelle delle generazioni precedenti. Esigenze diverse, progetti di vita e obiettivi, spesso, in radicale contrasto con quelli dei loro genitori. Sarà la mutazione culturale già oggi in atto, attraverso la crescente disponibilità finanziaria, ad alimentare la pressione che spingerà, nel prossimo futuro, il capitalismo, se non verso un vero e proprio “reset”, certamente verso un'evoluzione orientata alla lungimiranza e alla sostenibilità.

Consumatori più consapevoli
Le ultime due spinte al cambiamento hanno a che fare con il ruolo dei consumatori e con quello dei lavoratori, rispettivamente. Visto che i millennials e i GenX non sono solo investitori ma soprattutto consumatori, le scelte di consumo iniziano ad essere sempre più frequentemente orientate da nuovi valori. Come già oggi si sostituiscono le bottigliette di plastica con le borracce riutilizzabili, presto crescenti quote di consumatori inizieranno a valutare non solo la qualità e l'impatto dei prodotti, ma anche quella dei processi produttivi.

L'accessibilità a costo zero, che la rete consente, alle informazioni rilevanti, renderà sempre più facile per i consumatori orientare le loro scelte d'acquisto, attraverso il cosiddetto “voto-col-portafoglio”, per premiare quei beni prodotti da aziende responsabili, che rispettano i diritti dei lavoratori, l'ambiente, le comunità nelle quali operano e le leggi degli stati in cui risiedono. La domanda, in questo senso, eserciterà una pressione crescente sulle decisioni dei produttori, sulle loro scelte etiche e sul loro livello di impegno e responsabilità sociale.

Essere responsabile conviene all’impresa
C'è poi un ultimo punto, messo magistralmente in luce da uno studio di Daniel Hedblom, Brent Hickman e John List, appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research (Toward an Understanding of Corporate Social Responsibility: Theory and Field Experimental Evidence. NBER Working Paper No. 26222, September 2019). Essere responsabili conviene all'impresa, non solo perché in questo modo verrà premiata da consumatori sensibili, ma anche perché riuscirà ad attirare lavoratori più motivati e produttivi. Per provare questo effetto, al netto di ogni possibile distorsione statistica, i tre autori dello studio hanno fondato un'impresa. Questa impresa ha iniziato a mandare annunci di lavoro in maniera casuale in alcune delle principali città americane. Le lettere differivano tra loro per due caratteristiche fondamentali: salario e tipo di attività. Alcune offerte indicavano una paga oraria di $11, mentre altre promettevano $15.

Contemporaneamente in alcuni casi l'impresa veniva descritta come una fornitrice di servizi per una multinazionale, un'impresa for-profit e non particolarmente impegnata sul fronte della responsabilità sociale, mentre in altri casi, invece, veniva descritta come associata ad una organizzazione non-profit che forniva servizi scontati per progetti ad alto impatto sociale.

Nell’impresa non-profit lavoratori più motivati
Una volta selezionati ed assunti, i lavoratori, sono stati messi all'opera in un'attività di inserimento dati e la loro produttività e la qualità del loro lavoro, è stata attentamente misurata. I risultati hanno evidenziato alcuni dati interessanti: le offerte di lavoro con la descrizione dell'impresa non-profit hanno ottenuto un tasso di risposta significativamente più elevato delle offerte per la for-profit, nonostante la assoluta casualità nella scelta dei destinatari. In secondo luogo, una volta assunti, i lavoratori impegnati per la versione non-profit hanno prodotto un risultato qualitativamente migliore mostrando una maggiore produttività del lavoro. Un beneficio per l'impresa equivalente a quello che avrebbe potuto ottenere attraverso un aumento salariale pari al 36%.

Davvero qualcosa sta cambiando nel capitalismo globale? È presto per affermarlo con certezza. Certo è che esistono buone ragioni perché questo cambiamento si avvii. Se non per bontà, almeno per convenienza. Per anticipare quelle tendenze profonde delle nostre società, che sempre più, nei prossimi anni, metteranno a dura prova i modelli di impresa tradizionale, le motivazioni, la mission e la vision alla base del funzionamento di migliaia e migliaia di imprese sui mercati internazionali.

E poi, però, c'è la Cina. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo di #MindtheEconomy.

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